Incentivazione dell’impegno didattico – Feb. 2000

Regolamento per l’incentivazione dell’impegno didattico dei docenti del Politecnico di Bari

Gazzetta Ufficiale: Incentivazione dell’impegno didattico dei Professori e dei Ricercatori universitari

ART. 1  –  Finalità
Il presente Regolamento, adottato in attuazione dell’art. 4 della Legge 19/10/1999, n. 370, disciplina le modalità di ripartizione dei fondi destinati a questo Ateneo, in base a criteri determinati con decreto del Ministro dell’Università, per l’incentivazione dell’impegno didattico dei docenti del Politecnico, per obiettivi di adeguamento quantitativo e di miglioramento qualitativo dell’offerta formativa, con riferimento anche al rapporto tra studenti e docenti, all’orientamento e al tutorato.

ART. 2  –  Principi generali
I fondi di cui al predetto articolo sono riservati ai docenti del Politecnico con regime di impegno a tempo pieno che non svolgano attività didattica comunque retribuita presso altre Università o Istituzioni pubbliche e private a meno che non sussistano specifiche convenzioni aventi per oggetto l’erogazione dei servizi didattici.

ART: 3  – Requisiti per l’assegnazione dei compensi incentivanti
I compensi incentivanti possono essere assegnati:
1. ai docenti indicati nell’articolo 2 del presente Regolamento che dedicano, in ogni tipologia di corso di studio universitario, ivi compresi i corsi di dottorato di ricerca, nonché in attività universitarie nel campo della formazione continua, permanente e ricorrente, almeno 120 ore annuali per lezioni, esercitazioni e seminari nonché 240 ore per l’orientamento, l’assistenza e il tutorato, la programmazione e l’organizzazione didattica, l’accertamento dell’apprendimento e comunque svolgono attività didattiche con continuità per tutto l’anno accademico.
In considerazione della particolare organizzazione didattica di questo Ateneo, strutturato per corsi semestrali, l’impegno richiesto ai docenti sopra indicati richiederà una costanza di applicazione in entrambi i semestri.
2. Per la realizzazione di progetti di miglioramento qualitativo della didattica predisposti da gruppi di docenti, con particolare riferimento all’innovazione metodologica e tecnologica e ad altre attività formative propedeutiche, integrate e di recupero. I progetti sono approvati dalle Facoltà e verificati dalle stesse al termine di ciascun ciclo formativo.

ART. 4 – Criteri di ripartizione dei compensi
I fondi assegnati dal Ministero dell’Università, per le finalità di cui all’art. 1 del presente Regolamento, vengono destinati dal Senato Accademico alle singole Facoltà sulla base del numero dei docenti e degli studenti iscritti ai vari Corsi di Studio, ivi compresi i corsi di Dottorato di Ricerca, tenuto conto del rapporto studenti in corso/docenti di ruolo, nonché di eventuali iniziative sperimentali, in ordine alla regolamentazione dell’autonomia didattica secondo parametri individuati dallo stesso Senato Accademico.
Delle quote destinate a ciascuna Facoltà, una parte non superiore all’80% è riservata agli impegni didattici di cui al punto 1 dell’art. 3 del presente Regolamento e la restante quota è riservata ai progetti di cui al punto 2 del medesimo articolo.
Ciascuna Facoltà delibera quale quota riservare agli impegni didattici di cui al punto 1 dell’art. 3 del presente Regolamento e quale quota riservare ai progetti di cui al punto 2 del medesimo articolo.
Per le quote di cui al punto 1 dell’art. 3  le Facoltà predeterminano i criteri per la ripartizione tra i docenti che soddisfano i requisiti di cui sopra e, con delibera motivata assegnano i contributi.
Per le quote di cui al punto 2 dell’art. 3 le Facoltà deliberano quali progetti finanziare e la misura del finanziamento.
In assenza dei progetti di miglioramento qualitativo della didattica le quote eventualmente non utilizzate andranno ad incrementare la disponibilità finanziaria riservata all’attività di incentivazione dell’impegno didattico.

ART. 5 – Controlli
La verifica del rispetto degli impegni didattici assunti ed il monitoraggio dei progetti di cui all’art. 3 del presente Regolamento saranno svolte dal Senato Accademico con le modalità dallo stesso stabilite.

ART. 6 – Valutazione dell’impegno didattico richiesto
I compensi incentivanti sono erogati ai docenti di cui all’art. 2 del presente Regolamento a condizione che le loro attività didattiche siano valutate positivamente dal Nucleo di Valutazione di Ateneo.

ART. 7 – Disciplina dei compensi incentivanti
Per le finalità di cui all’art. 1 del presente Regolamento le Facoltà possono integrare con proprie risorse la quota parte di contributo da erogare.
I compensi incentivanti di cui all’art. 4 delle Legge 370/99, gravano sui fondi di Ateneo di cui all’art. 24, comma 6 del D. Lgs. 29/93 e successive modifiche ed integrazioni.
Ai sensi del succitato art. 24 – comma 6 – del decreto Legislativo 03.02.1993, n. 29 i compensi incentivanti hanno natura di assegno aggiuntivo pensionabile sui quali graveranno le ritenute previste dalla legge.

ART. 8
Alle disposizioni contenute nel presente Regolamento viene assicurata, nelle forme ritenute più opportune, la massima pubblicità.
L’Università procederà, secondo la disciplina di cui alla Legge 675/96, alla pubblicazione dell’elenco dei percettori dei compensi.

ART. 9
Per l’anno accademico 1999/2000 gli importi assegnati dal MURST sono erogati esclusivamente in base a quanto previsto al punto 1 dell’art. 3 del presente Regolamento.

Documento dell’Assemblea Nazionale dell’Università

ADI, ADU, ANDU, APU, CISAL-UNIVERSITÀ, CNRU, CNU, CONFSAL FED. SNALS-CISAPUNI,
FED. CISL-UNIVERSITÀ, FLC-CGIL, RNRP, SUN, UDU e UILPA-URAFAM

Roma, 22 luglio 2008

L’Assemblea nazionale, tenutasi il 22 luglio 2008 nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, indetta dalle Organizzazioni e Associazioni della Docenza e degli Studenti, ha discusso la gravissima situazione venutasi a determinare a seguito dell’emanazione del D.L. 112 e dei provvedimenti governativi in materia finanziaria e di pubblico impiego.
L’Assemblea nazionale assume il documento di denuncia e di protesta delle Organizzazioni sindacali e delle Associazioni del 10 luglio 2008 e condivide i contenuti delle numerosissime prese di posizione degli Organi accademici, che in questi giorni si sono espressi duramente, protestando contro la linea governativa di strangolamento dell’Università pubblica [leggi].

Le fondazioni universitarie (a cura di Paolo Gianni)

a cura di Paolo Gianni (17.07.2008)

Le Fondazioni Universitarie

Il Decreto Legge 112 del 25 Giugno all’art. 16 prevede la possibilità per gli atenei di trasformare la Università in Fondazioni di Diritto Privato, al fine di sfruttare meglio le regole flessibili del regime privato rispetto a quello pubblico nell’espletamento delle funzioni tipiche degli atenei e permettere loro una più proficua competizione sia nazionale che internazionale. Della trasformazione degli atenei pubblici in fondazioni in realtà si parlava già da tempo, da quando l’idea era stata lanciata dal Senatore DS Nicola Rossi e da Gianni Toniolo in un convegno a Venezia nella primavera del 2006. Commenti recenti dello stesso Toniolo (Il Sole 24 Ore del 24 Giugno u.s.) e di Bruno Dente (Lavoce.info del 23 Giugno) cercano di dare più precisi connotati all’operazione. In realtà il primo è un semplice osanna all’operazione, il secondo è chiaramente favorevole ma mette in guardia dai pericoli insiti nella realizzazione pratica di norme per ora non ancora ben definite. Sul Sole 24 Ore del 13 u.s. infine, il Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini insiste sull’importanza di questa opportunità di autoriformarsi concessa agli atenei, mettendo in rilievo la competizione virtuosa che ne deriverebbe e la conseguente crescita di qualità.
La norma del Decreto Legge in effetti non è prescrittiva, ma correttamente permette agli atenei di optare liberamente per una simile trasformazione: è sufficiente una delibera del Senato Accademico, che contestualmente definisca il nuovo statuto e i nuovi regolamenti di finanza e contabilità, questi ultimi anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato. E’ comunque evidente l’operazione di indirizzo da parte del governo: non ci stupiremmo se, a decreto approvato, eventuali incentivi fossero riservati agli atenei che avessero operato questa scelta. Oltre allo svincolo dalle norme contabili dello Stato, il decreto stabilisce altri elementi favorevoli alla scelta consigliata: l’esenzione dalle tasse dei trasferimenti di contributi o liberalità a favore delle fondazioni, la loro completa deducibilità dal reddito del soggetto erogante, riduzione degli oneri notarili etc.
Non siamo esperti di diritto amministrativo, né di gestione economico-finanziaria, ma abbiamo la netta impressione che tutte queste facilitazioni potrebbero tranquillamente essere stabilite per legge anche a favore di una normale Università pubblica. Perché allora questa insistenza su una istituzione di diritto privato? E’ presto detto: ciò che più conta è la gestione più libera del personale, che passando dal regime pubblico al regime privato dovrebbe subire una chiara modifica di stato giuridico. La norma accenna a una possibile diversa contrattazione del personale tecnico-amministrativo, ma non dice nulla dello stato giuridico dei docenti. A nostro avviso il problema sta proprio qui. Il nuovo docente “privato” avrebbe probabilmente diritti e doveri molto più facilmente controllabili da parte del datore di lavoro, in pratica molto più indirizzabili verso gli scopi che gli amministratori delle fondazioni si prefiggono. La stessa forma di governo delle attuali università, basata sulla rappresentatività di tutte le componenti, e già messa in dubbio in molti atenei che si adoperano per una sua modifica in senso meno autoreferenziale, necessiterebbe di una radicale trasformazione.
Abbiamo la convinzione che per far funzionare bene una qualunque istituzione non esista un solo modello possibile. Si tratta di scegliere quel modello che, perlomeno a priori, dia le migliori garanzie di raggiungere dei buoni risultati. Se da un lato il regime di diritto privato con tutta evidenza è più promettente nel garantire prontezza decisionale e flessibilità delle procedure, si tratta di vedere se, a fronte di questi vantaggi, non preveda anche dei rischi, e di quale entità.
A nostro avviso un regime di diritto privato risulterebbe incompatibile con gli attuali organi di gestione degli atenei. Dovremmo necessariamente individuare organi molto più snelli, con rappresentanze esterne all’Università, i cui membri non sarebbero più elettivi ma probabilmente designati dall’alto da qualcuno. Tali organi direttivi dovrebbero individuare un ben preciso programma, procurare nuove entrate e commisurare comunque i servizi agli studenti alle entrate complessive dell’istituzione, il che vorrà dire anche limitare l’offerta didattica. E fin qui non ci sarebbe forse nulla di male. Il nostro timore è che diano precisi indirizzi anche all’attività di ricerca, onde renderla più facilmente finanziabile da parte del tessuto industriale e degli enti locali. Quella che dovrebbe essere una giusta attenzione ai problemi del territorio potrebbe però rischiare di trasformarsi in uno stretto vincolo che privilegia la soluzioni di problemi particolari, più tecnologici che scientifici, caratterizzati da orizzonti temporali limitati, cioè esattamente il contrario dell’attività di ricerca di base che ha finora caratterizzato prevalentemente l’apporto positivo dei ricercatori italiani in campo mondiale. Perché non lo dobbiamo dimenticare: nonostante i difetti del nostro sistema accademico (assenza di mobilità, assenza di correlazione tra impegno e retribuzione, nepotismo, etc.) è un dato di fatto che la produzione scientifica media del corpo docente e la formazione dei nostri laureati hanno poco da invidiare a quelle degli altri paesi. Tant’è che i migliori se ne vanno e risultano molto apprezzati.
Allora dobbiamo chiederci fino a che punto i vincoli che sono da attendersi nei riguardi dei nostri docenti, una volta inseriti in contesto privatistico, non generino il rischio di snaturane la funzione. Sarebbe facilissimo costringerli a privilegiare l’attività didattica, magari facendoli insegnare le 18 ore settimanali tipiche dei licei, al fine di offrire più corsi col minimo utilizzo di docenza. Analogamente potrebbero essere costretti a dedicare troppo tempo in attività conto-terzi che permettano entrate straordinarie, limitando la stessa libertà di ricerca, e la conseguente creatività ad essa legata, col risultato di offrire risultati forse appetibili in loco o nel breve periodo, ma certamente perdenti se paragonati ad una attività di ricerca che guarda lontano, che crea continua innovazione, e che produce di conseguenza una formazione di qualità.
Francamente ci penseremmo tre volte prima di abbandonare lo stato giuridico pubblico dei docenti universitari. Qualcuno potrebbe ragionevolmente obiettare che in altri paesi, ad esempio negli Stati Uniti, le cose vanno benissimo anche in assenza di un ruolo pubblico della docenza. E’ vero. Ma è altrettanto vero che proprio negli USA funzionano benissimo anche quando, come nel Sistema Universitario dello Stato della California, l’Università permane pubblica. Viene allora da chiedersi se la differenza di rendimento non sia correlata a fattori diversi rispetto alla contrapposizione pubblico-privato. Ma ci siamo chiesti quale tipo di esperienze storiche sono state necessarie negli USA per creare la mentalità adatta e il mercato favorevole, che permettono di individuare il miglior risultato con un generalizzato riconoscimento del merito? La nostra impressione è che nel nostro paese in qualunque ambiente siamo capaci tutti di innalzare inni al merito, salvo dimenticarcelo appena si tratta di fare selezioni in cui siano coinvolti parenti, amici o allievi. E ciò vale sia nel pubblico che nel privato. Gli esempi che abbiamo nel settore privato della nostra economia sono forse incoraggianti al riguardo? Lasciamo agli altri i loro modelli e cerchiamo di migliorare il nostro. Francamente crediamo che l’appartenenza dei docenti ad un ruolo pubblico sia la migliore garanzia per la loro libertà di insegnamento e di ricerca, e che queste peculiarità siano importanti non tanto e non solo perché enunciate nel dettato costituzionale, ma perché sono le condizioni di base affinché i docenti universitari diano il meglio di se stessi.
Se fossimo capaci di istituire un sistema di valutazione nazionale che sapesse riconoscere e incentivare l’attività didattica e di ricerca dei migliori atenei, avremmo già fatto tanto per innescare un circolo virtuoso. Puntare sul binomio responsabilità-autonomia sarebbe la chiave per rendere evidente dove è valorizzato il merito. Inoltre l’introduzione di personale esterno all’accademia negli organi che valutano l’attività complessiva degli atenei nei riguardi degli studenti e della comunità territoriale potrebbe essere il passo successivo. A quel punto basterebbe fornire agli atenei pubblici le stesse regole e facilitazioni finanziarie che caratterizzano le fondazioni, per rendere queste ultime non necessarie. Stiamo attenti a non gettare via il bambino con l’acqua sporca.

Abbiamo perso Tristano Sapigni

Agli amici del CNU che probabilmente, tranne non molti, lo hanno conosciuto solo attraverso questo sito nazionale dell’Associazione e la lista di informazione-discussione universitaria UNILEX, vogliamo dire che Tristano era proprio come traspariva da ciò che comunicava: tenace, appassionato e tollerante, severo e comprensivo, di grandissima onestà intellettuale.

Sin dai tempi della costituzione del CNU con Giorgio Spini e non molti altri “innamorati” dell’Università, lo ricordiamo sempre presente ai nostri congressi, ai dibattiti, agli incontri a Roma con i vari Ministri: sempre a difendere la causa dell’Università e della ricerca scientifica; mai un interesse proprio.
Quando Tristano lasciò il servizio attivo la sua grande preoccupazione fu di non staccarsi dall’ “amato mondo” dell’Università, concedendo solo qualcosa in più all’altra grande passione: la barca, su e giù per il Grande Fiume, il Po, e poi anche il camper. Ma il centro dei suoi pensieri rimaneva l’Università. E per non venirne separato, per non sentirsi inutile alla “causa”- come diceva- e per non recidere il cordone ombelicale che lo legava a colleghi ed amici di una vita, non solo del suo Ateneo ma di molte Università, si “specializzò”, non più giovanetto, in informatica. Ad un Congresso nazionale del CNU ci comunicò questa sua scelta e convinse tutti noi che sarebbe stata una via importante ed utile, non solo per la nostra Associazione, ma per la causa dell’Università e della ricerca scientifica italiane. Di questo “sito” del CNU, da lui costantemente aggiornato, ampliato e reso autorevole e il successivo allargamento degli orizzonti, con la collaborazione di alcuni validi colleghi, alla lista UNILEX, fonte non solo di informazione e di discussione ma spesso parafulmine, sotto la sua attenta, comprensiva ma ferma “moderazione”, delle non sempre serene e pertinenti contrapposizioni del variegato mondo, anche dal punto di vista ideologico-politico, dei docenti universitari.
Ancora negli ultimi tempi, quando la sofferenza fisica era diventata enorme e da lui,medico, chiaramente interpretata, ogni giorno dedicava una grossa parte del proprio tempo a riflettere sui problemi dell’Università e a comunicarci le sue riflessioni soprattutto attraverso gli strumenti telematici che ormai padroneggiava come un ingegnere, sino a fare di lui, crediamo, una delle voci più note del mondo universitario, e non solo italiano (visite dall’Italia e dall’estero a questo “sito”: oltre un milione!).
Alla moglie, ai figli, agli amici e colleghi di Ferrara, a tutti gli iscritti all’Associazione, ai frequentatori di questo “sito” e della “lista” UNILEX, la nostra partecipazione al lutto, il nostro rimpianto e l’impegno a ricordarlo in modo visibile e duraturo.

Il CNU – 09 Giugno 2008