Stato giuridico o stato confusionale?
di Alberto Pagliarini e Mauro Marchionni

STATO GIURIDICO O STATO CONFUSIONALE ?

La legge 168/89 voluta dall’allora ministro Ruberti, concesse alle università quell’autonomia prevista dall’art. 33 della costituzione, articolo ignorato da tutti i governi e le legislature antecedenti. L’autonomia concessa non fu totale, come sarebbe stato preferibile, ma didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile (art. 6, comma 1). Nell’art. 16, comma 4, punto d) fu espressamente sancito che gli Statuti emanati dalle sedi universitarie, dovevano comunque prevedere “l’osservanza   delle norme sullo stato giuridico del personale docente,  ricercatore….”. Pertanto lo stato giuridico dei docenti universitari, cioè l’insieme delle norme che fissano diritti, doveri,  retribuzione e pensionabilità dei docenti, rimanevano escluse dall’autonomia universitaria. Nel corso degli anni è successo che, per effetto di una più o meno malintesa autonomia, le sedi hanno invaso la sfera dello stato giuridico dei docenti, con interpretazioni più o meno forzate di norme dello Stato riguardanti aspetti dello stato giuridico e, in particolare, retributivo e pensionistico. Si è così creata una giungla di diversificati diritti, doveri,  aspetti retributivi e pensionistici tali da poter dire che lo “stato giuridico” dei docenti universitari è ormai uno “stato confusionale”. Questa nota ha lo scopo di sottoporre  all’attenzione  dei ministri competenti, della CRUI, del CUN, delle Associazioni sindacali della docenza universitaria e  del mondo accademico,  la realtà dello “stato confusionale”, attraverso la disamina di alcune specifiche questioni, con l’intento che si attuino doverosi interventi mirati a ripristinare quell’uguaglianza dei diritti e dei doveri per docenti aventi lo stesso “status” indipendentemente dalla sede in cui operano. A seguito della legge sull’autonomia il Ministero non può intervenire con “disposizioni emanate con circolari”(art.6, comma 2).  Però anche una semplice indicazione di massima su interpretazioni della normativa da parte dell’ufficio Legislativo del MIUR, specie se accompagnata da una raccolta di sentenze della giustizia amministrativa o pareri di altre amministrazioni dello Stato sarebbe probabilmente sufficiente  a convincere singoli atenei ad adeguarsi alle procedure ritenute più corrette.

Assegno “ad personam” (Aap)
Nella gran parte delle sedi l’Aap, attribuito ai docenti quando avanzano di carriera, in applicazione delle leggi 537/93 e 370/99 e ormai considerato non riassorbibile, pensionabile e non rivalutabile sia durante il triennio di conferma o di straordinariato, sia dopo il triennio e il ricalcolo dello stesso dopo la ricostruzione di carriera. Vi sono ancora sedi, come Bari, Foggia e qualche altra, dove l’Aap è considerato non riassorbibile durante il triennio, mentre la quota residua ricalcolata dopo il triennio è considerata  riassorbibile, con evidente danno retributivo e pensionistico per i docenti di queste sedi. Ciò avviene anche in presenza di un chiaro parere di non riassorbibilità fornito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, IGOP,  in data 29/2/2008, Prot. n. 0030493 in risposta a uno specifico quesito posto dall’università di Bari. Un mancato intervento chiarificatore inviato a tutte le sedi da un ministero competente, eviterebbe ai docenti di  ricorrere alla giustizia amministrativa per il riconoscimento di un diritto da tempo riconosciuto in gran parte delle sedi.

Riconoscimento assegni di ricerca nella ricostruzione di carriera
Molte sedi, da più o meno tempo, riconoscono gli assegni di ricerca nella ricostruzione di carriera dei docenti. Sulla questione hanno dato parere favorevole il CUN nella seduta del 15/9/2005, il Ministero dell’Economia e della Finanze – Dipartimento per la Ragioneria Generale dello Stato – I.G.O.P. con nota del 17 ottobre 2006, prot. n. 0130131, nonché la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica – con nota del 26/11/2008, il MIUR con nota del 27/7/2008, prot. n. 2732 della Direzione Generale dell’Università, indirizzata al Rettore dell’Università Bicocca di  Milano con la quale il Ministero ha fatto proprio il parere espresso dal CUN, le Avvocature Generali dello Stato di Pisa e di Brescia su richiesta delle rispettive  università, la Direzione Centrale Pensioni dell’INPDAP con nota del 20/9/2007 prot. 9828 in risposta a un quesito dell’università di Verona, infine la sentenza del 23/7/2010 del TAR Campania favorevole al ricorrente per il  riconoscimento degli assegni di ricerca. Pur in presenza di tanti autorevoli pareri favorevoli al riconoscimento, diverse sedi  si ostinano a non riconoscerli con assurde motivazioni. Quale altro parere occorre per evitare che queste sedi ( ne cito due, Bari e Foggia, ma ne esistono diverse altre) pervicacemente neghino un evidente diritto con una penalizzazione sulla retribuzione e sulla pensione? Peraltro qualche sede comincia a riconoscere anche le borse di studio post dottorato attribuite, in seguito a regolare concorso, con decreto del rettore su fondi messi a disposizione dall’università, come accade per gli assegni di ricerca. Tali borse hanno le stesse finalità degli assegni di ricerca in termini di formazione ed avvio alla ricerca. Ovviamente la “confusione” si accresce ancor più.

Riconoscimento servizio di tecnico laureato – sentenza Consulta n. 191/2008
In applicazione della sentenza della Consulta n. 191/2008, alcune sedi riconoscono ai ricercatori confermati il servizio prestato in qualità di tecnico laureato o funzionario tecnico o collaboratore tecnico ove sussistano i requisiti previsti nella predetta sentenza. Altre sedi limitano il riconoscimento del servizio solo a coloro che avevano la qualifica specifica di tecnico laureato con i requisiti previsti nella sentenza. Anche in questo caso il diritto sancito da una sentenza della Corte Costituzionale non è riconosciuto in tutte le sedi a tutti i soggetti che ne hanno titolo. Altro evidente caso di “stato confusionale” dello “stato giuridico”. Occorre adire le vie legali? Non basterebbe una circolare che chiarisca alle sedi l’esatta applicazione della sentenza predetta? Forse una circolare che non dia disposizioni ma si limiti a chiarire alle sedi l’esatta applicazione della sentenza predetta potrebbe bastare.

Età pensionabile per i professori  associati
Con l’eliminazione del fuori ruolo e la non obbligatorietà della concessione, a domanda,  dei due anni di proroga in ruolo, i professori associati inquadrati con lo stato giuridico antecedente la legge Moratti 230/2005, sono posti in pensione, per raggiunti limiti di età, a 65 anni  nelle sedi che non concedono i due anni di proroga, a 67 anni in quelle che concedono i due anni di proroga. Per gli associati che hanno optato per la citata legge Moratti il pensionamento avviene al compimento del 68° anno di età per le sedi che non concedono i due anni di proroga in ruolo, per una forzata interpretazione del comma 17 dell’art. 1 della legge Moratti, e a 70 anni per le sedi che concedono i due anni di proroga. E’ corretto un simile trattamento differenziato per figure che hanno la stessa anzianità anagrafica e spesso anche di servizio, la stessa qualifica, lo stesso “stato giuridico”, solo perché si trovano ad operare in sedi diverse?  Non ci vuol molto per normalizzare tanta Babele, occorre solo un po’ di buona volontà, politica, amministrativa, di chiarezza procedurale applicativa di alcune norme, per ripristinare uno stato di diritto bistrattato.

Art. 69 del DL 112/88 convertito con legge 133  del 6 giugno 2008
L’art. 69 prevede la riduzione del 2,5% una tantum per 12 mesi sul primo scatto biennale automatico dei docenti universitari maturato da gennaio 2009. Alcune sedi hanno fatto sapere ai docenti interessati che hanno maturato o stanno maturando lo scatto biennale nel 2010, di non poter  ripristinare il valore completo dello scatto allo scadere dei 12 mesi nel 2011, per effetto del blocco sino a dicembre 2013 delle retribuzioni percepite nel 2010 disposto dall’art. 9 comma 1 del D.L.   31/5/2010 n. 78. Ne consegue che la riduzione del 2,5% sullo scatto biennale maturato nel corso del 2010 non avrà la durata di 12 mesi prevista dall’art. 69 poiché resterà prorogata sino a dicembre 2013. Per i docenti interessati la riduzione avrà la durata di tre anni più i mesi interessati del 2010. Ciò è evidentemente iniquo e ingiusto sul piano amministrativo e dei diritti di soggetti aventi lo stesso “status”, trattati diversamente  solo perché hanno maturato lo scatto nel 2010 e non nel 2009. Occorre inoltre considerare alcune situazioni veramente assurde. Per un qualsiasi docente nella terza progressione economica, alla fine della carriera, quando gli aumenti biennali sono del 2,5% e la retribuzione mensile netta supera i 5.000 € per gli ordinari e i 4.000 € per gli associati, il danno è piuttosto modesto, in pratica il docente non gode dell’aumento del 2,5% per 3 anni e alcuni mesi, mantenendo, comunque, una retribuzione consistente. Per un giovane ricercatore  confermato nella prima progressione economica con una retribuzione mensile netta inferiore o di poco superiore a 2.000 €  evidentemente il danno e molto più consistente. Lo stesso danno, sia pure in misura più ridotta lo ricevono i giovani associati non confermati e quelli confermati nella prima progressione economica  In tal modo gli effetti di una stessa norma sono molto più penalizzanti per i giovani ricercatori e i giovano docenti con basse retribuzioni rispetto  ai docenti anziani con alte retribuzioni. E’ questo un trattamento ingiusto verso i giovani che Governo e Parlamento in qualche modo dovrebbero sanare.

Art. 9 comma 1 del D.L. 31/5/2010 n. 78
Questa norma congela le retribuzioni in godimento nel 2010  sino al 31/12/2013. Al di là del giudizio che si può dare sulla norma è necessario evidenziare la situazione veramente paradossale dei giovani ricercatori universitari non confermati inquadrati in ruolo in uno qualsiasi dei mesi del 2010 con una retribuzione mensile netta di 1.334 €. Costoro dopo un anno dovrebbero passare a una retribuzione mensile netta di 1.646 € pari al 70% di quella di un professore associato non confermato alla classe retributiva iniziale, concessa dal precedente Ministro Moratti per ridurre la fuga di cervelli.. Per il blocco questi giovani ricercatori  non confermati continueranno per tre anni ad avere la misera retribuzione iniziale di 1.334 €. Sembra una beffa buffa ma, purtroppo è una realtà irragionevolmente assurda. Sarà difficile che un giovane ricercatore con talento e titoli accetti questa realtà. E’ presumibile che decida di andarsene dall’Italia, in un altro Paese che valuti e apprezzi le sue potenzialità, retribuendole adeguatamente. Non c’è bisogno di alcun commento ma è indispensabile che i signori Ministri, ai quali la presente nota è inviata, eliminino questa evidente assurdità.

Fermo qui, per brevità,  la disamina delle questioni che evidenziano uno “stato giuridico” trasformato in uno “stato confusionale” per i docenti universitari. In effetti dalle numerose richieste di quesiti che mi pervengono da tutte le sedi, (sono ormai migliaia raccolte nel link “l’esperto risponde” sul mio sito http://xoomer.alice.it/alberto_pagliarini), ho rilevato tante altre questioni le cui procedure applicative e l’attribuzione di diritti risultano diversificati da sede a sede. Ne cito qualcuna: affidamento di insegnamenti e carichi didattici dei docenti (su questa questione occorrerebbe scrivere una specifica dettagliata nota per evidenziare puntualmente quanto è fissato dalle leggi vigenti e quanto da queste si discostino i regolamenti didattici di ateneo, in maniera più o meno forzata, creando, in tal modo, una vera giungla di doveri didattici); riconoscimento del servizio militare ai fini giuridici ed economici; scatto anticipato per la nascita di un figlio; riconoscimento di servizi prestati all’estero; aspettativa con o senza assegni per periodi di ricerca all’estero; riconoscimento dei servizi all’estero per i professori chiamati per “chiara fama” ed altri ancora tra i quali quello della retribuzione aggiuntiva dei medici universitari convenzionati con il SSR. Insieme al prof. Mauro Marchionni, Presidente della Commissione Medicina del CNU, riteniamo opportuno fare alcune considerazioni su questa ultima importante questione.

La retribuzione aggiuntiva dei medici universitari in convenzione con il SSR
Questa questione è in piedi dal lontano 1999, prodotta dalla legge 517/99. La legge non ha trovato una univoca applicazione nelle varie Regioni e, addirittura nelle diverse sedi universitarie nella stessa regione. Non c’è stata e non c’è uniformità di trattamento economico su scala nazionale per il personale medico universitario che presta attività assistenziale a favore dell’AOU e del SSR. Le sentenze ai diversi livelli giurisdizionali, emanate nel decennio, hanno solo reso più ingarbugliata la questione.  Oggi, docenti di medicina con analoghe anzianità di servizio assistenziale, di funzioni e di responsabilità hanno un trattamento economico anche fortemente differenziato da una ad altra sede universitaria. Una mia proposta che ha trovato ampi consensi, se realizzata, conseguirebbe il duplice obiettivo di uniformare su scala nazionale la retribuzione aggiuntiva dei medici universitari rendendo il loro trattamento economico complessivo non inferiore rispetto a quello dell’analogo ospedaliero equiparato. La proposta poggia su un principio costituzionale, quello dell’art. 36 per cui “un  lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro” e su una delle leggi regionali più avanzate in materia di sanità, quella della Lombardia nella quale è previsto che “l’attività assistenziale dei medici universitari convenzionati non può essere inferiore alla metà di quella settimanale prevista per gli ospedalieri”. Ho proposto, pertanto, che una specifica legge nazionale fissi la misura dell’attività assistenziale oraria settimanale al 50% di quella prevista nel CCNL degli ospedalieri e, conseguentemente, la retribuzione aggiuntiva dei medici universitari al 50% di quella dell’ospedaliero equiparato. Si può anche stabilire una ritenuta fissata da ogni Ateneo a suo favore, operata sulla retribuzione aggiuntiva dei propri medici convenzionati, compresa tra una percentuale minima e una massima fissate dalla legge.  La legge, quindi, aggancerebbe, il quantum retributivo e di attività assistenziale dei medici universitari, dal giovane ricercatore non confermato all’anziano ordinario,  a uno strumento, quello del CCNL degli ospedalieri, valido su scala nazionale, al di fuori dell’autonomia regionale e universitaria. Con l’ulteriore vantaggio che la retribuzione aggiuntiva dei medici universitari si adeguerà automaticamente nel tempo alle variazioni contrattuali degli ospedalieri e, inoltre, scompare l’attuale anomalia dei giovani medici universitari che svolgono attività assistenziale senza essere retribuiti. Tale proposta evidentemente elimina ogni possibile contenzioso giudiziario, ampiamente diffuso nel decennio e, inoltre, non richiede commissioni e defatiganti riunioni per trovare un accordo, difficile da raggiungere, sui criteri di ripartizione delle somme messe a disposizione dall’AOU per i medici universitari e per la determinazione delle percentuali da attribuire su ciascuna indennità.  Se  i Ministri destinatari della presente nota  ritengono attuabile la predetta proposta,  la ultra decennale questione potrebbe essere finalmente risolta, con innegabili vantaggi per lo stesso SSR, per le AOU e per le università. Potrebbe essere questo un elemento su cui costruire una migliore, più efficace, efficiente e meno costosa organizzazione del servizio assistenziale.

Questa nota, con il pieno consenso del Presidente prof. Franco Indiveri e del Segretario prof. Paolo Gianni dell’Associazione sindacale della docenza CNU, è inviata ai Ministri dell’Economia e delle Finanze, del MIUR, dell’Innovazione e della Funzione Pubblica e a quello della Salute. E’ inoltre inviata alla CRUI, al Presidente del CUN, ai Presidenti delle Associazioni sindacali della docenza CIPUR e USPUR,  alla lista di discussione UNILEX.

10 novembre 2010

prof. Alberto Pagliarini

Presidente della Commissione Sindacale del CNU

prof. Mauro Marchionni
Presidente della Commissione Medicina del CNU

DDL Gelmini sull’Università: commenti CNU agli emendamenti proposti dal Relatore Sen. Valditara

Dobbiamo  purtroppo riscontrare con rammarico che gli emendamenti proposti (o non proposti) dal relatore sulle questioni più importanti del disegno di legge non sono in linea con le proposte di modifica avanzate dal CNU:  le posizioni di Valditara rimangono molto distanti dalle nostre. Osserviamo infatti che (a) continua  mancare un riferimento forte alla “ricerca”; (b) non viene ancora riconosciuta formalmente ed economicamente la funzione docente dei ricercatori attuali, ma vengono anzi obbligati, gratis, allo stesso carico didattico (350 ore) dei professori; (c) permangono i due ruoli separati di associati e ordinari, con le due abilitazioni; (d) permangono sia i contratti che gli assegni e non sono stati indicati ulteriori limiti alla permanenza precaria nell’università; (e) il risultato della valutazione del singolo, per inciso affidata impropriamente all’ANVUR,  resta legato a penalizzazioni (blocco scatti)  più che non a incentivi; (f) la definizione della progressione di carriera, per professori  vecchi e nuovi  (con la penalizzante trasformazione degli scatti da biennali a triennali), resta comunque affidata al  governo tramite la predisposizione di un regolamento invece che di una delega legislativa; (g) una nuova norma (art. 1) apre la porta a deroghe locali sulla normativa nazionale su reclutamento e stato giuridico, (h) il Senato Accademico continua ad essere esautorato di molti compiti che gli spetterebbero. Troviamo preoccupante infine l’accoppiata delle osservazioni (f) e (g) che, insieme, fanno pensare a una delegificazione di stato giuridico e trattamento economico, con tutto quel che consegue.
E’ vero che su altri aspetti  una decina degli emendamenti del relatore vanno nel senso proposto dal CNU (vedi ad es. la “sfiducia “ al rettore e la possibilità di chiamata diretta estesa ai ricercatori a tempo indeterminato). Ma è troppo poco per modificare un giudizio complessivo che resta molto critico.
Riportiamo di seguito alcuni commenti più puntuali agli emendamenti di Valditara. I commenti si riferiscono alle sole modifiche ritenute positive o nettamente negative. Le modifiche qui non commentate sono da ritenersi possibili, ma poco rilevanti.

Art. 1.
Introduce la possibilità che accordi tra atenei “virtuosi” e MIUR permettano agli atenei stessi di “derogare alle norme previste in tema di  organizzazione, reclutamento e stato giuridico.” (giudizio negativo; perché poi solo quelli virtuosi?).

Art. 2.
c. 2, lettera a).  Aumenta di molto poco le competenze del Senato, attribuendogli il compito di dare pareri e fare proposte. (negativo)
c. 2, lettera b). Lascia decidere agli statuti le modalità di elezione del Rettore (positivo, simile ad emendamento nostro(1)).
c. 2, lettera d). Introduce la sfiducia al rettore da parte del Senato, ma in modo blando, sotto forma di proposta al corpo elettorale. (positivo, simile ad emendamento nostro(2)).
c. 2, lettera d). Praticamente lascia invariate, rispetto al testo governativo, le competenze del CdA. (negativo). Gli attribuisce in più competenze disciplinari, che vengono tolte al CUN. (negativo o positivo?).
c. 2, lettera o). Attribuisce al Nucleo di Valutazione anche la competenza a giudicare la congruità del curriculum scientifico dei titolari di contratti di insegnamento. (utile?)
c. 2, lettera p). Elimina la incompatibilità tra membro Senato e Direttore di Dipartimento o Coordinatore di Corso di Laurea (positivo, simile ad emendamento nostro(3)).
c. 5.  Istituisce il “codice deontologico” invece del codice etico (nostro emendamento(4)).

Art. 3 e 4 : praticamente inalterati.

Art. 5.
c. 1, lettera c): soppresso. Toglie dalla delega la “valorizzazione e qualificazione delle attività didattiche e di ricerca del personale, la disciplina del tempo pieno-definito, la valutazione dei risultati” (positivo)
c. 4.  Praticamente toglie dalla delega tutte le lettere dalla a alla n, cioè tutta la parte dello stato giuridico ed economico. Questa parte viene reinserita come articoli successivi al 5, o con norme già definite o con il rinvio ad un  “Regolamento” del Governo. (positivo?)

Art.5-bis.
Ridefinisce lo stato giuridico dei docenti, che diverrebbe operativo subito, senza delega.
c. 1.  Definisce l’impegno dei docenti con una dizione adottata in una delle prime stesure del DdL Gelmini: le 1500 ore diventano “figurative” (positivo, simile ad emendamento nostro(5)).
c. 3 e 4.  Riconosce la competenza dell’ateneo a  valutare l’attività didattica e anche quella scientifica dei docenti, quest’ultima in base a parametri definiti dall’ANVUR. Però subito dopo dice (incoerentemente) che se la valutazione dell’ANVUR è negativa il professore non può partecipare a commissioni di concorso etc..
c. 5 – 8. Ridefiniscono le incompatibilità con un certo allargamento, mi pare, delle cose che si possono fare. Conferma il “trattamento aggiuntivo” per i colleghi medici convenzionati col SSN. (positivo, vedi emendamento nostro(6)).
c. 9.  Associa la relazione triennale alla richiesta dello scatto di stipendio, prevedendo la non concessione dello stesso in caso di valutazione negativa. (negativo, positivo solo il fatto che le risorse risparmiate vanno a confluire in un fondo per la premialità dei docenti stessi).

Art. 5-ter.
Norme per favorire la mobilità.
c. 1 e 2.  Possibilità di aspettativa fino a 5 anni per attività presso terzi.
c. 3.  Possibilità di incentivi a carico del FFO per chi prende servizio in altro ateneo. (positivo, nostro emendamento(7)).

Art. 5-quater.
c.1.  Rinvia ad un Regolamento del Governo, entro 6 mesi,  le norme per rivedere la disciplina del trattamento economico dei docenti, con trasformazione degli scatti da biennali a triennali. (negativo)
c. 2. Annulla la previsione del dimezzamento dello scatto biennale introdotta dal D-L 180/2008.
c. 3.  Altro Regolamento del Governo, entro 6 mesi, per rimodulare la progressione economica dei docenti futuri. Restano le abolizioni degli “straordinariati” (positivo) ma anche la cancellazione delle ricostruzioni di carriera (negativo).
Art. 5-quinquies.
c. 1. I ricercatori appena assunti avranno il 70% dello stipendio dell’Associato. (positivo).
Art. 5-sexies.
c. 1. Istituisce il fondo per la premialità di professori e ricercatori. (positivo).
Art. 5-septies.
Istituisce un Collegio di Disciplina in ogni singolo ateneo, togliendo tale competenza al CUN. Il Collegio ha la competenza di svolgere la fase istruttoria dei procedimenti disciplinari. Dopo il parere del Collegio il Rettore decide. (positivo o negativo?). Non è chiaro chi è il giudice di un possibile appello: il giudice del lavoro?

Art. 6 e 7:  identici

Art. 8.
c. 3, lettera a).  Introduce la lezione didattica nella abilitazione per professore associato.
c. 3, lettera e).  La commissione unica per le abilitazioni per PA e PO avrà durata annuale.

Art.9.
c.2, lettera b). Alle procedure di valutazione locale per la copertura di posti possono partecipare non solo i candidati in possesso della abilitazione, ma anche i professori già in servizio (i PA per posti di PA e i PO per posti di PO) e studiosi impegnati all’estero a livello universitario da almeno un triennio (?).
c. 2, lettere c-e. Soppresse. Vengono molto semplificate le norme per fare la selezione locale
c. 2, lettera g.  Si lascia allo statuto locale la decisione di fare eventuali altre proposte di chiamata in caso di rinuncia del vincitore al posto di ricercatore T.D.. (positivo, nostro emendamento(8)).
c. 4.  Nei primi 6 anni di validità delle nuove procedure il numero massimo dei posti destinati ai candidati interni è elevato da un terzo a un mezzo. (positivo, nostro emendamento (9)) .

Art. 10
Quasi identico. Sopprime solo gli assegni di ricerca nazionali ai meritevoli. Perché?

Art. 11.  Identico

Art. 12.
c. 3. Soppresso. Elimina cioè i punteggi numerici dati ai titoli e pubblicazioni. (positivo?)
c. 6.  Estende la chiamata diretta anche ai ricercatori a tempo indeterminato. (positivo, nostro emendamento (10)).

Art 13 e 14 :  identici

Art. 15.
c. 2. Le università possono assumere con le norme vigenti finché non hanno adottato il nuovo regolamento dell’art. 9, c.2.( e se lo ritardano apposta?).
c. 9.  Toglie il controllo preventivo della Corte dei Conti per contratti di varia natura. (positivo).
c. 10. Permette alle Università di partecipare a società per la produzione di servizi. (positivo).

Il pensionamento dei professori universitari
di Paolo Gianni

I recenti provvedimenti del governo relativi alla possibilità di mandare in pensione anticipatamente professori e ricercatori universitari hanno suscitato un acceso dibattito sull’età media dei docenti universitari italiani, che risulta alta rispetto a quella degli altri paesi. Mi sono già sforzato di dimostrare che l’alta età media della nostra docenza universitaria dipende fondamentalmente dall’alta età di ingresso.

D’altra parte è vero che nel nostro paese, rispetto agli altri paesi europei, è anche più alta l’età di pensionamento. Ma questo è un problema che andrebbe trattato con attenzione, valutando tutte le implicazioni.

Purtroppo in Italia troppo spesso si affrontano i problemi sotto la spinta di necessità contingenti, senza preoccuparsi di trovare loro delle soluzioni che mantengano la loro validità nel tempo. Si passa così da momenti in cui si spinge verso una età di pensionamento la più alta possibile al fine di salvaguardare i conti degli Enti Previdenziali, a momenti in cui si mandano in pensione anticipata persone ancora giovani perché appare prioritario abbassare il livello di spesa di specifiche amministrazioni pubbliche. E’ quello che sta accadendo ora. Ma mentre fino a pochissimi anni fa si elargivano benefici economici per favorire l’esodo volontario, ora si impone un esodo forzato, un vero e proprio licenziamento, con l’attenuante che si tratta di personale che ha raggiunto i 40 anni canonici di contribuzione previdenziale. E se non fosse intervenuto un emendamento alla legge 133/2008, in molte università avrebbero mandato in pensione ricercatori con meno di 60 anni, ancora attivi didatticamente e scientificamente, perchè era la via più facile per far quadrare i bilanci.  Alla faccia della valorizzazione della professionalità.
Al fine di superare una evidente “schizofrenia previdenziale” il Parlamento dovrebbe forse intervenire per dare una soluzione stabile a questo aspetto dello stato giuridico dei docenti universitari. Ma vediamo come si può fare un discorso pacato su quella che, in condizioni fisiologiche, potrebbe essere una “ragionevole età di pensionamento dei professori universitari”.

Per dare una risposta seria a questo problema dobbiamo tenere conto di una serie di considerazioni di varia natura:

  1. le ragioni di bilancio dell’Ente di  Previdenza (INPDAP), che deve tenere conto del continuo aumento delle aspettative di vita che ovviamente modifica gli equilibri tra le entrate derivanti dai contributi dei lavoratori occupati e le uscite destinate al personale in quiescenza;
  2. la ricchezza media del nostro paese, che non possedendo materie prime deve probabilmente richiedere ai propri cittadini di lavorare di più, ad esempio con una vita lavorativa un po’ più lunga rispetto ad altri paesi più fortunati;
  3. la tipologia del lavoro, di natura intellettuale, certo non usurante, che può essere protratto ad età senz’altro superiori rispetto ad altre professioni;
  4. l’esigenza dell’istituzione universitaria di disporre di un alto numero di docenti e anche di sfruttare al massimo il fattore “esperienza”;
  5. la necessità di garantire il ricambio generazionale;
  6. l’opportunità che la presenza di docenti “anziani” non sia di ostacolo alla maturazione e pieno sviluppo della personalità dei docenti giovani.

I punti 1-4 spingono verso una alta età di pensionamento. Il punto 5, e in parte forse anche il 6, tendono invece ad abbassarla. Dove trovare l’equilibrio?

In primis è bene aver chiaro un concetto: essendo la nostra Università finanziata dallo Stato, un docente universitario (come gli altri dipendenti pubblici) è sempre a carico dello stato sia che sia in servizio o che sia in pensione. Mandandolo in pensione si opera semplicemente un trasferimento di spesa dall’ateneo di appartenenza all’INPDAP. Allora  l’interesse dello stato dovrebbe essere quello di tenerlo in servizio fino al momento in cui i vantaggi di averlo non sono controbilanciati da possibili svantaggi.

Probabilmente la cosa migliore è fissare una soglia di età pensionabile minima (quella valida per tutti i dipendenti pubblici), al di sotto della quale scattano tipiche penalizzazioni nell’entità della pensione, e una massima, al di sopra della quale si rischia di tenere in servizio persone non più in grado di essere utili agli studenti. Nel mezzo, si potrebbe lasciare spazio alla libera scelta dei singoli.

Siccome mediamente la grandissima maggioranza dei docenti universitari è attiva ben oltre i 65 anni tipici della pensione dei pubblici dipendenti, l’età massima di pensionamento potrebbe essere 70 anni, come definito dalla Legge Moratti (L. 230/2005). In realtà al giorno d’oggi molti professori universitari sarebbero in grado di dare un notevole contributo, sia didattico che scientifico, anche ben oltre questa età. Però un automatismo nella permanenza ulteriore in servizio oltre tale limite potrebbe probabilmente essere non opportuno per una frazione non trascurabile del corpo docente, portando quindi a volte più danni che benefici. Un possibile contributo attivo all’istituzione accademica da parte di docenti attivi e motivati  anche dopo i 70 anni dovrebbe sempre essere possibile, ma solo nell’interesse reciproco, del singolo e dell’istituzione. Si potrebbe intanto mantenere in vigore l’attuale norma (art. 16 del Decreto Legislativo 30/12/1992 n. 503) relativa all’opzione per un biennio di servizio ulteriore. I professori settantenni però dovrebbero passare automaticamente in carico all’INPDAP, e l’ateneo dovrebbe corrispondere soltanto la differenza economica tra la pensione e la retribuzione percepita al 70° anno. In tal modo l’ateneo entrerebbe comunque in possesso della risorsa economica liberata dal pensionato, e la sua risposta alla domanda di permanenza in servizio potrebbe essere correttamente guidata da un mero giudizio sulla validità del docente, scientifica e didattica, e quindi sulla sua perdurante utilità per l’istituzione. La ulteriore permanenza nell’università oltre i 72 anni dovrebbe invece essere legata al normale strumento contrattuale o comunque, nel caso di sola attività di ricerca, subordinato ad un esplicito consenso della struttura di appartenenza.  Non dimentichiamo che  in molte strutture si riscontrano carenze di spazi  che possono rendere difficoltosa la stessa contemporanea presenza del solo personale di ruolo.

Anche il costo della permanenza in servizio dei docenti altre il 65° anno potrebbe essere parzialmente rimborsato agli atenei da parte dello stato, che sfrutterebbe a tale scopo il corrispondente risparmio effettuato dall’INPDAP. Verrebbero così liberati ancora prima i fondi destinati al reclutamento dei giovani. L’utilizzo dei docenti universitari dai 65 ai 70 anni di età non costituirebbe quindi un ostacolo al ricambio generazionale ma garantirebbe invece, pressappoco a parità di spesa, un organico di docenti di ruolo più alto di circa il 17% (5 anni di ulteriore servizio su una carriera di una trentina d’anni da 35 a 65).

Resta il problema citato al punto 6, cioè ci dobbiamo chiedere se la permanenza in ruolo fino a 70 anni può ostacolare la piena maturazione dei giovani. A nostro avviso il vero ostacolo a tale maturazione non è la presenza dei vecchi, quanto piuttosto la non sufficiente autonomia concessa ai giovani fino dalle fasi iniziali della carriera. Se noi riuscissimo a garantire ai giovani, prima ancora dell’ingresso in ruolo, di poter disporre di fondi di ricerca concessi direttamente a progetti da loro elaborati e condotti in modo autonomo, penso che avremmo già risolto il problema. Però qualcuno potrebbe sempre obiettare che da noi le posizioni di potere sono sempre gestite dalle stesse persone, che quindi continuerebbero a gestirle anche da vecchi, quando sono meno in grado di valorizzare idee nuove e nuovi campi di ricerca. In tal caso si potrebbe cercare di limitare il potere di questi professori negando loro l’accesso a quelle posizioni in cui lo possono esercitare.

Premetto che personalmente sono favorevole affinché un professore resti tale al 100%  fino all’età della pensione. Ma se proprio dobbiamo cercare dei compromessi tra una “ragionevolmente elevata” età di pensionamento e il rispetto delle aspettative e prerogative dei giovani, sono disposto a discuterne.

La posizione di ruolo di un docente oltre i 65 anni potrebbe ad esempio essere associata ad una riduzione di alcune prerogative. Si potrebbe stabilire che il docente ultrasessantacinquenne perde il diritto di essere nominato commissario di concorso o anche l’elettorato passivo a cariche direttive. E’ vero che in altri paesi, ad es. negli U.S.A., una norma del genere farebbe ridere i polli (i polli statunitensi, dotati di ancor meno ironia che non i polli nostri), perché in un mondo normale un professore con lunga esperienza svolgerebbe questi compiti addirittura meglio degli altri. Ma è purtroppo un dato di fatto che nell’Università in cui viviamo certe posizioni possono essere usate non come servizio verso gli altri, ma come posizioni di comando. Quindi simili prerogative si potrebbero anche limitare, favorendo così la permanenza in servizio di chi è veramente affezionato all’istituzione in quanto tale, e non attaccato a rendite da posizione. In quei pochi casi in cui una carica gestionale affidata ad un docente anziano fosse auspicata da tutti, si potrebbe sempre prevedere una elezione con maggioranza (almeno) qualificata che dovrebbe costituire una garanzia contro eventuali abusi.

In conclusione, il servizio prestato in età dai 65 ai 70 (o72 anni) potrebbe essere una tipologia aggiornata di fuori-ruolo in cui, a differenza di quello prima vigente in cui si mantenevano tutti i diritti e pochi doveri, si hanno limitazioni sui diritti, a parità di doveri. Comunque l’idea di una alta età di pensionamento non deve suonare strana se si pensa che negli USA la scelta della pensione per i professori universitari è volontaria, in quanto per essi non esiste un obbligo formale di pensionamento.

Paolo Gianni
Università di Pisa
Marzo 2009

Sull’applicazione dell.art.69 del D.L. 112/08
Lunedì 28 Luglio 2008 a cura di Alberto Pagliarini

SULL’APPLICAZIONE dell’ART. 69 del D.L. 112/08
(se resta come approvato dalla Camera)
CONSIDERAZIONI POLITICHE

L’art. 69 ha l’evidente scopo di realizzare un incremento di entrate nel bilancio dello Stato,  attraverso un prelievo una tantum sugli aumenti automatici biennali delle retribuzioni del personale delle categorie non contrattualizzate. Il prelievo, ovviamente, dovrebbe essere fatto a tutto il personale delle categorie interessate. Per il personale universitario ciò non avviene. Infatti tutti i docenti  a tempo pieno che sono inquadrati in una classe retributiva a partire dalla 14^ hanno l’aumento biennale automatico del 2,5% applicato sulla classe 14. Poiché il differimento di 12 mesi nella maturazione della classe retributiva è attuato nella misura del 2,5%, evidentemente questi docenti non subiscono alcuna decurtazione sull’aumento biennale. Analoga cosa vale per tutti i docenti a tempo definito inquadrati in una qualsiasi classe retributiva a partire dalla 7^ , poiché   questi docenti hanno l’aumento biennale automatico del 2,5%, applicato sulla classe 6^.  Invece, per tutti i docenti a tempo pieno e a tempo definito che si trovano inquadrati in una qualsiasi delle prime 6 classi retributive,  l’aumento dell’8% previsto per queste classi, si  riduce al 2,5% per 12 mesi, dopo i quali scatta di nuovo l’aumento dell’8% valido per un biennio e si riprende la normale progressione economica. Così’ pure per tutti i docenti a tempo pieno che si trovano inquadrati in una qualsiasi delle classi retributive dalla 7^ alla 14^, l’aumento del 6% previsto per queste classi, si  riduce al 2,5% per 12 mesi, dopo i quali scatta  di nuovo l’aumento del 6% valido per un biennio e si riprende la normale progressione economica. Quindi il prelievo forzoso non viene fatto su tutti i docenti ma su una gran parte di essi. E’ una svista del legislatore? Probabilmente si! Come sarà operata la decurtazione per  i 12 mesi? Se non ci sarà una specifica e chiara circolare illustrativa della modalità di applicazione della norma,  la procedura potrebbe essere diversa da sede a sede e  potrebbero verificarsi storture applicative con possibili danni per i docenti della sede. La procedura, a mio avviso, più razionale e rispettosa della norma, potrebbe essere quella di attendere la maturazione della classe retributiva per ciascun docente e, alla data di maturazione applicare per 12 mesi l’aumento del 2,5% e, allo scadere del periodo, riapplicare l’aumento dell’8% o del 6%  valevole per un biennio che decorre  dalla data di riapplicazione. In tal modo a tutti, tranne a quelli dianzi specificati, sarà operato, sia pure non contemporaneamente ma al momento in cui ciascuno matura la nuova classe retributiva,  il “differimento una tantum di 12 mesi dell’aumento biennale o della classe di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti, limitatamente alla misura del 2,5%. Il periodo di differimento è utile anche ai fini della maturazione delle ulteriori successivi aumenti biennali o classi di stipendio”, come recita il comma 1 dell’art. 69.

Vi è poi il comma 2 dello stesso articolo che evita una ulteriore penalizzazione ai docenti che nel corso dei 12 mesi di differimento, di cui al comma 1, transitano alla qualifica superiore per avanzamento di carriera. A costoro il trattamento economico spettante per la ricostruzione di carriera va determinato due volte, una volta  al momento del superamento del triennio di conferma o dello straordinariato, se questo cade nei 12 mesi del periodo predetto,  una seconda volta alla fine dei 12 mesi, tenendo conto dell’avvenuta riapplicazione del normale aumento biennale dell’8% o del 6%.

Vi è, infine, il comma 3 che interessa i docenti che accedono alla pensione durante i 12 mesi del periodo di differimento predetto  evitando,  anche per questi,   una ulteriore penalizzazione.  A costoro il calcolo della pensione verrà fatto due volte, una volta  al momento del pensionamento che avviene in uno dei 12 mesi, una seconda volta allo scadere dei 12 mesi del periodo di differimento, questa volta  tenendo conto del normale aumento biennale dell’8% o del 6% che il docente avrebbe  maturato  se non ci fosse stato il differimento e la riduzione dello scatto.
La decisione del Governo e del Parlamento mi porta a fare alcune considerazioni  politiche.

CONSIDERAZIONI POLITICHE

Il gran  caos burocratico-amministrativo prodotto dall’art. 69, serve a  recuperare pochi fondi che, peraltro, non vanno a beneficio della stessa istituzione il cui personale subisce l’operazione di prelievo, ma vanno nelle casse dello Stato, per essere diversamente utilizzati. Tra l’altro potrebbero anche essere utilizzati per coprire la spesa della politica e della sua “casta” che continua incessantemente a crescere, come si evince dalle seguenti notizie diffuse dalla stampa. I costi del Senato,  della Camera, e del Quirinale, sono  in continua crescita. Sono state  evidenziate spese ignorate da tutti, quale quella che attribuisce ai senatori non rieletti un congruo “assegno di solidarietà” come sorta di premio di consolazione perché i cittadini non li hanno eletti: in sostanza, i cittadini non li hanno più voluti come loro rappresentanti, ma  lo Stato, o meglio la politica, li gratifica. Le provincie non saranno più eliminate ma crescono di numero; anzi ne   nascono altre 3  tra cui quella di Monza, fortemente voluta dall’On. Bossi che, alla fine di giugno, qualche giorno prima della scadenza, ha fatto prorogare dal 30 giugno al 30 settembre i termini di scadenza per l’attuazione di 3 provincie, tra cui Monza, consentendone la nascita che, invece, si sarebbe evitata senza questa salvifica proroga.  Il risultato è quello  di  produrre ulteriori spese inutili per lo Stato, a carico dei contribuenti o dei soggetti dalle tasche dei quali si vanno ad effettuare prelievi forzosi. Orbene l’On. Bossi ha sempre gridato, forse anche a ragione, “Roma ladrona”, ma di grazia, caro On. non le sembra che anche l’operazione  da lei voluta  sia altrettanto ladrocinio? Sono questi e tanti altri i motivi per cui quando, per l’incombente crisi economico-finanziara nazionale e mondiale, si fanno tagli a qualsiasi categoria, questa esplode e si ribella. L’etica sociale, che manca in tutto il Paese, se fosse, almeno in parte, presente, come dovrebbe essere,  nella sua classe o “Casta” politica, la indurrebbe    ad iniziare una stagione di tagli cominciando, in primis,  a ridurre drasticamente gli enormi e insostenibili costi della politica. Occorre infatti, con urgenza,   ricondurre a livelli numerici accettabili e sostenibili le falangi di politici che vivono di politica e non per la politica; occorre onorare gli impegni elettorali assunti che hanno indotto molti cittadini a dare il proprio voto, altrimenti si sentiranno truffati. Ne richiamo alcuni: eliminazione graduale delle provincie, degli enti inutili, delle comunità montane, riduzione dei ministeri, ministri, viceministri e sottosegretari, accorpamento amministrativo di piccoli comuni, riduzione del numero di parlamentari e dei loro emolumenti e privilegi, revisione dei compensi degli alti funzionari dell’amministrazione  pubblica e dei vari enti, e l’elenco può continuare a lungo. Orbene, le provincie, come sopra detto,  crescono di numero, nessuno ha più parlato di eliminazione; il ministro Maroni ha dichiuarato che i piccoli comuni non saranno accorpati;  le comunità montane restano, con solo una piccola riduzione dei finanziamenti a quelle al di sotto dei 700 m di altitudine; a settembre saranno istituiti altre tre ministeri, con relativi ministri e sottosegretari. Innovazione, Salute e Turismo; la riduzione del numero dei  parlamentari ritorna ad essere una chimera per i cittadini tutti che fortemente la vogliono (un referendun al riguardo sarebbe sicuramente un plebiscito). In questo modo  la  credibilità di questo governo, già bassa,  andrà a zero. C’è un solo modo per ricuperarla. Prima di avviare tagli e sforbiciate di qua e di là,  questo governo, per mantenener fede agli impegni assunti in campagna elettorale e per   arginare la crescente crisi economica,  dovrebbe operare producendo  atti legislativi concreti nella linea degli impegni, con  risultati immediati per alcuni, previsionali per altri,  varando serie riforme strutturali, al fine di intaccare privilegi e  ridurre a livello fisiologico eccessi determinatisi nel tempo per irresponsabilità politiche, quale quello dell’enorme numero di personale pagato dallo Stato e distaccato presso consorzi, fondazioni, enti vari e soprattutto sindacati, personale che, in alcuni casi, è solo imboscato.   Allora e solo allora qualsiasi categoria potrebbe accettare, sia pure malvolentieri, forse anche senza ribellarsi, i tagli che la interessano. Questo governo ha i numeri per mantenere le promesse fatte e frenare l’incalzante crisi economica. Se non opererà in tal senso, inevitabilmente sarà un governo già morto per la gran parte dei cittadini. Aspettiamo a vedere , sia pure con scarsa fiducia, quel che accadrà.

Alberto Pagliarini
Gallipoli 28 luglio 2008

Il Decreto Legge del Ministro Tremonti
Giovedì 26 Giugno 2008 a cura di Paolo Gianni

Il Decreto Legge del Ministro Tremonti

“Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani” aveva detto solennemente il Presidente Berlusconi in campagna elettorale. Al fine di permettere il rispetto della promessa, Tremonti ha pensato bene di far cassa riesumando una norma già tentata (invano) dal suo predecessore Padoa Schioppa due anni fa:  ai professori universitari non mette infatti direttamente le mani in tasca, ma opera un prelevo a monte, impedendo cioè che i legittimi quattrini nelle tasche ci possano entrare. Dal punto di vista sostanziale le cose però non cambiano: sempre di furto si tratta!
Il Decreto Legge recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri introduce infatti una norma (art. 69) per cui gli scatti biennali delle retribuzioni dei professori universitari  a partire dal 2009 diventano triennali. Il governo non si rende conto che tali aumenti rappresentano la normale prosecuzione della carriera dei professori e come tali fanno parte a pieno titolo della retribuzione. Essi infatti derivano dalla scelta del legislatore degli anni ’80 di valutare un ammontare ragionevole  della retribuzione di un professore a fine carriera, e di aver diminuito tale entità a ritroso onde retribuire molto meno un professore giovane, dando quindi un peso negativo alla sua minore esperienza. E’ infatti noto che i professori italiani guadagnano molto meno dei colleghi stranieri, specie all’inizio della carriera. Tale fenomeno risulta infatti macroscopico per i ricercatori universitari, che costituiscono il primo gradino della carriera dei professori.
Una valutazione quantitativa dell’entità del furto è presto fatta. Se teniamo conto che nell’arco della carriera di 28 anni un professore universitario con gli scatti biennali passa dalla classe 0 alla classe 14 con un aumento stipendiale complessivo di circa il 120% rispetto allo stipendio iniziale, si può dire che con il passaggio agli scatti triennali nello stesso tempo percorre solo i due terzi della carriera maturando soltanto un aumento del 80%. Prendendo a riferimento le retribuzioni dei docenti universitari del 2007 (gli aggiornamenti del 2008 come è noto non sono ancora stati riconosciuti dalla legge) la norma in oggetto a regime porterebbe ad un furto annuo a fine carriera calcolabile in 13600 euro per il professore ordinario, 9600 per l’associato, 6900 per il ricercatore. I calcoli si basano sulle tabelle del Prof. Pagliarini (http://xoomer.alice.it/alberto_pagliarini/). Naturalmente una equivalente perdita ci sarebbe anche sulle rispettive pensioni e liquidazioni.  Se si tiene conto che già ora le retribuzioni dei docenti universitari sono basse rispetto alle funzioni esercitate, ci si rende conto della grave dequalificazione della categoria. Ma non si voleva frenare la “fuga dei cervelli”? Se la carriera perde di attrattiva è ovvio che saranno proprio gli studenti migliori a scegliere vie alternative. Non è stato proprio il Ministro Gelmini che meno di un mese fa ha detto che i ricercatori in Italia guadagnano troppo poco?
A nostro avviso il passo corretto dovrebbe essere quello di rendere operante l’Agenzia di valutazione, o chi per lei, sottoporre a valutazione periodica le strutture universitarie, e premiare selettivamente chi più produce. Ma ciò significa porsi come obbiettivo non tanto il risparmio a tutti i costi, quanto piuttosto la maggiore efficienza dell’istituzione, anche a costo di spendere di più.
Ricordiamo che già ora i docenti universitari italiani sono retribuiti meno che in altri paesi europei. Chi guadagna di più nel confronto europeo è noto che non sono gli universitari, bensì i parlamentari, proprio coloro che saranno chiamati a votare il Decreto Legge.

Giugno 2008

a cura di:
Paolo Gianni
Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale – Università di Pisa

Le fondazioni universitarie (a cura di Paolo Gianni)

a cura di Paolo Gianni (17.07.2008)

Le Fondazioni Universitarie

Il Decreto Legge 112 del 25 Giugno all’art. 16 prevede la possibilità per gli atenei di trasformare la Università in Fondazioni di Diritto Privato, al fine di sfruttare meglio le regole flessibili del regime privato rispetto a quello pubblico nell’espletamento delle funzioni tipiche degli atenei e permettere loro una più proficua competizione sia nazionale che internazionale. Della trasformazione degli atenei pubblici in fondazioni in realtà si parlava già da tempo, da quando l’idea era stata lanciata dal Senatore DS Nicola Rossi e da Gianni Toniolo in un convegno a Venezia nella primavera del 2006. Commenti recenti dello stesso Toniolo (Il Sole 24 Ore del 24 Giugno u.s.) e di Bruno Dente (Lavoce.info del 23 Giugno) cercano di dare più precisi connotati all’operazione. In realtà il primo è un semplice osanna all’operazione, il secondo è chiaramente favorevole ma mette in guardia dai pericoli insiti nella realizzazione pratica di norme per ora non ancora ben definite. Sul Sole 24 Ore del 13 u.s. infine, il Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini insiste sull’importanza di questa opportunità di autoriformarsi concessa agli atenei, mettendo in rilievo la competizione virtuosa che ne deriverebbe e la conseguente crescita di qualità.
La norma del Decreto Legge in effetti non è prescrittiva, ma correttamente permette agli atenei di optare liberamente per una simile trasformazione: è sufficiente una delibera del Senato Accademico, che contestualmente definisca il nuovo statuto e i nuovi regolamenti di finanza e contabilità, questi ultimi anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato. E’ comunque evidente l’operazione di indirizzo da parte del governo: non ci stupiremmo se, a decreto approvato, eventuali incentivi fossero riservati agli atenei che avessero operato questa scelta. Oltre allo svincolo dalle norme contabili dello Stato, il decreto stabilisce altri elementi favorevoli alla scelta consigliata: l’esenzione dalle tasse dei trasferimenti di contributi o liberalità a favore delle fondazioni, la loro completa deducibilità dal reddito del soggetto erogante, riduzione degli oneri notarili etc.
Non siamo esperti di diritto amministrativo, né di gestione economico-finanziaria, ma abbiamo la netta impressione che tutte queste facilitazioni potrebbero tranquillamente essere stabilite per legge anche a favore di una normale Università pubblica. Perché allora questa insistenza su una istituzione di diritto privato? E’ presto detto: ciò che più conta è la gestione più libera del personale, che passando dal regime pubblico al regime privato dovrebbe subire una chiara modifica di stato giuridico. La norma accenna a una possibile diversa contrattazione del personale tecnico-amministrativo, ma non dice nulla dello stato giuridico dei docenti. A nostro avviso il problema sta proprio qui. Il nuovo docente “privato” avrebbe probabilmente diritti e doveri molto più facilmente controllabili da parte del datore di lavoro, in pratica molto più indirizzabili verso gli scopi che gli amministratori delle fondazioni si prefiggono. La stessa forma di governo delle attuali università, basata sulla rappresentatività di tutte le componenti, e già messa in dubbio in molti atenei che si adoperano per una sua modifica in senso meno autoreferenziale, necessiterebbe di una radicale trasformazione.
Abbiamo la convinzione che per far funzionare bene una qualunque istituzione non esista un solo modello possibile. Si tratta di scegliere quel modello che, perlomeno a priori, dia le migliori garanzie di raggiungere dei buoni risultati. Se da un lato il regime di diritto privato con tutta evidenza è più promettente nel garantire prontezza decisionale e flessibilità delle procedure, si tratta di vedere se, a fronte di questi vantaggi, non preveda anche dei rischi, e di quale entità.
A nostro avviso un regime di diritto privato risulterebbe incompatibile con gli attuali organi di gestione degli atenei. Dovremmo necessariamente individuare organi molto più snelli, con rappresentanze esterne all’Università, i cui membri non sarebbero più elettivi ma probabilmente designati dall’alto da qualcuno. Tali organi direttivi dovrebbero individuare un ben preciso programma, procurare nuove entrate e commisurare comunque i servizi agli studenti alle entrate complessive dell’istituzione, il che vorrà dire anche limitare l’offerta didattica. E fin qui non ci sarebbe forse nulla di male. Il nostro timore è che diano precisi indirizzi anche all’attività di ricerca, onde renderla più facilmente finanziabile da parte del tessuto industriale e degli enti locali. Quella che dovrebbe essere una giusta attenzione ai problemi del territorio potrebbe però rischiare di trasformarsi in uno stretto vincolo che privilegia la soluzioni di problemi particolari, più tecnologici che scientifici, caratterizzati da orizzonti temporali limitati, cioè esattamente il contrario dell’attività di ricerca di base che ha finora caratterizzato prevalentemente l’apporto positivo dei ricercatori italiani in campo mondiale. Perché non lo dobbiamo dimenticare: nonostante i difetti del nostro sistema accademico (assenza di mobilità, assenza di correlazione tra impegno e retribuzione, nepotismo, etc.) è un dato di fatto che la produzione scientifica media del corpo docente e la formazione dei nostri laureati hanno poco da invidiare a quelle degli altri paesi. Tant’è che i migliori se ne vanno e risultano molto apprezzati.
Allora dobbiamo chiederci fino a che punto i vincoli che sono da attendersi nei riguardi dei nostri docenti, una volta inseriti in contesto privatistico, non generino il rischio di snaturane la funzione. Sarebbe facilissimo costringerli a privilegiare l’attività didattica, magari facendoli insegnare le 18 ore settimanali tipiche dei licei, al fine di offrire più corsi col minimo utilizzo di docenza. Analogamente potrebbero essere costretti a dedicare troppo tempo in attività conto-terzi che permettano entrate straordinarie, limitando la stessa libertà di ricerca, e la conseguente creatività ad essa legata, col risultato di offrire risultati forse appetibili in loco o nel breve periodo, ma certamente perdenti se paragonati ad una attività di ricerca che guarda lontano, che crea continua innovazione, e che produce di conseguenza una formazione di qualità.
Francamente ci penseremmo tre volte prima di abbandonare lo stato giuridico pubblico dei docenti universitari. Qualcuno potrebbe ragionevolmente obiettare che in altri paesi, ad esempio negli Stati Uniti, le cose vanno benissimo anche in assenza di un ruolo pubblico della docenza. E’ vero. Ma è altrettanto vero che proprio negli USA funzionano benissimo anche quando, come nel Sistema Universitario dello Stato della California, l’Università permane pubblica. Viene allora da chiedersi se la differenza di rendimento non sia correlata a fattori diversi rispetto alla contrapposizione pubblico-privato. Ma ci siamo chiesti quale tipo di esperienze storiche sono state necessarie negli USA per creare la mentalità adatta e il mercato favorevole, che permettono di individuare il miglior risultato con un generalizzato riconoscimento del merito? La nostra impressione è che nel nostro paese in qualunque ambiente siamo capaci tutti di innalzare inni al merito, salvo dimenticarcelo appena si tratta di fare selezioni in cui siano coinvolti parenti, amici o allievi. E ciò vale sia nel pubblico che nel privato. Gli esempi che abbiamo nel settore privato della nostra economia sono forse incoraggianti al riguardo? Lasciamo agli altri i loro modelli e cerchiamo di migliorare il nostro. Francamente crediamo che l’appartenenza dei docenti ad un ruolo pubblico sia la migliore garanzia per la loro libertà di insegnamento e di ricerca, e che queste peculiarità siano importanti non tanto e non solo perché enunciate nel dettato costituzionale, ma perché sono le condizioni di base affinché i docenti universitari diano il meglio di se stessi.
Se fossimo capaci di istituire un sistema di valutazione nazionale che sapesse riconoscere e incentivare l’attività didattica e di ricerca dei migliori atenei, avremmo già fatto tanto per innescare un circolo virtuoso. Puntare sul binomio responsabilità-autonomia sarebbe la chiave per rendere evidente dove è valorizzato il merito. Inoltre l’introduzione di personale esterno all’accademia negli organi che valutano l’attività complessiva degli atenei nei riguardi degli studenti e della comunità territoriale potrebbe essere il passo successivo. A quel punto basterebbe fornire agli atenei pubblici le stesse regole e facilitazioni finanziarie che caratterizzano le fondazioni, per rendere queste ultime non necessarie. Stiamo attenti a non gettare via il bambino con l’acqua sporca.