Sulla ritenuta del 2,5% a favore del Fondo Opera di Previdenza per il TFS – Diffida all’amministrazione

Il comma 10 dell’art. 1 del D:L: 31 maggio 2010 n. 78, convertito con modificazioni  con la legge 30 luglio 2010 n. 122, ha portato modifiche  al TFS per i pubblici dipendenti, stabilendo che “il computo dei trattamenti di fine servizio si effettua secondo le regole di cui al citato art. 2120 del codice civile, con applicazione dell’aliquota del 6,91  per cento”. Ciò con decorrenza 1 gennaio 2011.

La sentenza del TAR Reggio Calabria n. 564/2011  è stata  pronunciata come sentenza non definitiva su altre questioni poste dai ricorrenti magistrati, questioni che la corte ha ritenuto di rimettere alla Consulta; si è pronunciata, invece, come sentenza definitiva sulla specifica questione della illegittimità della ritenuta del 2,5% sulla retribuzione, ritenuta  tuttora operata dalle amministrazioni pubbliche, a carico del dipendente,  a titolo di rivalsa sul TFS.  Il TAR ha condannato l’amministrazione a restituire quanto illegalmente ritenuto ai dipendenti dal gennaio 2011.

Le amministrazioni universitarie hanno continuato ad operare la predetta ritenuta del 2,5% sull’80%  dello stipendio tabellare lordo,  sul 48% (80% del 60%) dell’IIS lorda e sull’80% di eventuali altre voci retributive pensionabili, a favore di Opera  Previdenza, alla luce della circolare INPDAP n. 17 del 8/10/2010 che ha ritenuto sia  cambiata la modalità di calcolo del TFS, ma sia rimasto immutato il vecchio criterio contributivo.
La legge in corsivo, sopra richiamata, dice  esplicitamente che il computo del TFS si effettua  secondo le regole  dell’art. 2120 del c. v., applicando l’aliquota del  6,91%. Con ciò il legislatore ha modificato il calcolo del TFS imponendo l’applicazione dell’aliquota del 6,91%, che è quella valida per il TFR, dei dipendenti privati, senza trasformare il TFS in TFR. Da qui la circolare INPDAP che considera ancora in vigore la vecchia ritenuta operata dalle amministrazioni pubbliche per il TFS, pari al 9,60% di cui 7,1% a carico dell’amministrazione e 2,5% a carico del dipendente, applicate mensilmente sull’80% di tutte le voci pensionabili della retribuzione, esclusa solo la IIS pensionabile al 60%.   La predetta aliquota del 9,60%, versata mensilmente dall’amministrazione all’ente previdenziale, dovrebbe costituire il fondo di accantonamento del TFS.

Per i dipendenti privati le aziende accantonano mensilmente, senza versarlo all’INPS, il 6,91% del totale lordo delle voci retributive pensionabili,   che va a costituire il fondo di accantonamento per il TFR del dipendente, fondo che viene versato dall’azienda all’INPS, all’atto del pensionamento del dipendente. L’INPS rivaluta la retribuzione di ciascun anno lavorativo, secondo gli indici ISTAT, ed applica a ciascun anno rivalutato l’aliquota del 6,91%. In tal modo il lavoratore ricupera integralmente  la somma, adeguatamente rivalutata, che  l’azienda ha accantonato di anno in anno a suo favore  Questo è quanto avviene per il TFR dei dipendenti privati. ed è quanto dovrebbe avvenire per quelli pubblici, visto che il legislatore ha uniformato il calcolo del TFS  dei dipendenti pubblici a quello dei  privati, utilizzando la stessa aliquota di calcolo. Per la circolare INPDAP sopra richiamata, vi è, invece, una sostanziale differenza di trattamento contributivo nel pubblico e nel privato. Nel privato l’aliquota accantonata è totalmente restituita al dipendente all’atto del pensionamento,  mentre nel pubblico ciò non avviene, per cui è verosimilmente restrittivo pensare che il legislatore abbia voluto uniformare solo le modalità di calcolo e non anche quelle contributive che, nel TFR, come sopra evidenziato, sono strettamente agganciate a quelle di calcolo; infatti nel TFR viene utilizzata come aliquota di calcolo quella stessa che vale come aliquota complessiva contributiva per l’accantonamento.   Il TAR ha  evidenziato che la predetta aliquota deve essere applicata su tutta la retribuzione a totale carico dell’amministrazione. Occorre precisare che la ritenuta del 9,60% (2,5 a carico dipendente + 7,1 a carico amministrazione), opera sull’80% di tutte le voci retributive lorde pensionabili, mentre la ritenuta del 6,91% opera sul 100% di tutte le voci retributive lorde pensionabili, pertanto per poter fare una esatta comparazione occorre rapportare al 100% la ritenuta del 9,6% che opera  sull’80%. Ne consegue che la ritenuta del 9,6%, rapportata al 100% diventa 7,68%. A questo punto va fatta una ulteriore precisazione. Nel privato l’azienda non trattiene al dipendente  il 6,91%, ma il 7,41% sul totale retributivo lordo pensionabile;  del 7,41% l’azienda accantona il 6,91 per il fondo TFR del lavoratore e versa all’INPS lo 0,5.  In conclusione nel privato il dipendente ricupera, con il TFR,  il 6,91% accantonato dall’azienda  il TFR del lavoratore. Nel pubblico, del 7,68% versato, rapportato al 100% della retribuzione pensaionabile, che depurato dello 0,50%, come nel privato, diventa, 7,18%, il dipendente ricupera, con il TFS, il 6,91%, rimettendoci, rispetto al privato, lo 0,27% della contribuzione complessiva versata all’INPDAP, se si conserva la ritenuta del  2,5%. Se, invece, la predetta ritenuta scompare e l’amministrazione versa all’INPDAP il 6,91% su tutta la retribuzione lorda pensionabile, come ha sentenziato il TAR, scompare la perdita dello 0,27%  della contribuzione versata e l’amministrazione si limita a versare il contributo del 6,91%, invece dell’attuale  7,1% .

Sin qui la norma e gli aspetti di legittimità della ritenuta del 2,5% evidenziati dal TAR..
Occorre, però,  anche considerare l’aspetto della convenienza a conservare la ritenuta predetta, ai fini di conservare l’agevolazione sul calcolo dell’IRPEF dovuta, sul TFS lordo da pagare, agevolazione del settore pubblico rispetto al privato,  che si perde con l’eliminazione della ritenuta del 2,5%, considerata illegittima dal TAR
In altre parole, la eliminazione della ritenuta del 2,5% produce un aumento della retribuzione annua lorda ma anche una maggiore IRPEF da pagare Occorre comparare i due elementi predetti, per accertare la convenienza o no della eliminazione della ritenuta del 2,5%.

Le considerazioni e i calcoli che seguono servono allo scopo..

L’eliminazione della ritenuta del 2,5% sull’80% dello stipendio tabellare mensile lordo  e sul 48% dell’IIS mensile lorda, per 13 mensilità, produce un aumento retributivo mensile lordo che cresce progressivamente  da 98 €, per lo straordinario alla classe 0, a 164 € per l’ordinario alla classe 14/3; da 51 €, per l’associato non confermato classe 0 a 119 €, per associato confermato classe 14/3; da 31 €, per il ricercatore non confermato classe 0 a 84 €, per il ricercatore confermato classe 14/3. Tutti docenti a tempo pieno. Sono dati ricavati con esattezza dalle mie tabelle 2010, tuttora valide sino al 2013, causa blocco retribuzioni e scatti. Ne consegue che, per la eliminazione della predetta ritenuta del 2,5%, l’aumento annuo lordo, su 13 mensilità , varia secondo la classe retributiva, per gli ordinari da 884 € a 2125 € ; per gli associati da 661 € a 1541 €; per i ricercatori da 401 € a 1087 €. Tali aumenti retributivi lordi annui valgono per ciascuno degli anni 2011, 2012 e 2013. Per avere il netto alle cifre lorde occorre dedurre l’IRPEF calcolata con l’aliquota massima attribuita a ciascun dipendente. Applicando agli ordinari l’aliquota massima del 41%, agli associati quella del 38%, ai ricercatori quella del 27%, i valori netti annui ottenuti variano: per gli ordinari da 522 €  a 1.254 €; per gli associati da 410 a 956 €; per i ricercatori da 293 a 794 €.  Ovviamente le cifre predette aumenteranno di anno in anno,  a partire dal 2014,  con l’attribuzione dell’aumento annuale ISTAT e l’attribuzione degli eventuali scatti biennali, ora triennali.  Vi è poi l’aumento dovuto all’eventuale avanzamento di carriera. E’, pertanto, difficile quantificare esattamente quale aumento retributivo complessivo si può avere  dopo gli anni di servizio, superiori a 40, prima del pensionamento, per effetto della eliminazione del 2,5% di ritenuta. Da un calcolo  grossolano ho dedotto che dopo 45 anni di servizio un ordinario che va in pensione con la classe retributiva 14/3 avrà avuto un aumento retributivo lordo di oltre 45.000 €, con uno scarto in più o in meno del 10%.

A fronte del predetto aumento retributivo vi è la maggiore IRPEF da pagare sulla liquidazione del TFR, dovuta alla eliminazione della ritenuta del 2,5%.
Nel calcolo attuale del TFS, l’imponibile IRPEF è dato dalla differenza tra il TFS lordo e la somma di 2 quote, quella QE (quota esente pari a 309,87 € per il numero di anni di anzianità contributiva) e quella QR (quota di riduzione che si ottiene applicando l’aliquota del 26,04 al TFS lordo. Pertanto l’imponibile è dato da TFS lordo – (QE + QR).

Sull’imponibile si applica l’aliquota media AM ottenuta utilizzando il cosiddetto reddito di riferimento RDR, calcolato con la formula RDR = (TFSlordo – QR) *12/anzianità totale. L’IRPEF, da sottrarre al TFS lordo per avere il TFS netto, è dato dall’imponibile moltiplicato per l’AM.

Se si elimina la ritenuta del  2,5%, nel calcolo dell’imponibile scompare la QR, perché l’aliquota predetta del 26, 04, utilizzata per il calcolo della QR, è data dal rapporto percentuale tra la ritenuta del 2,5% a carico del dipendente e quella del 9,60% complessiva, somma della quota  a carico del dipendente (2,5%) e dell’amministrazione (7,1%). Il RDR diventa RDR = TFS lordo *12/ anzianità totale, analogo al RDR valevole per i dipendenti privati nel calcolo dell’IRPEF  sul  TFR.. L’imponibile, mancando la QR, per l’eliminazione della ritenuta del 2,5%,  è, ovviamente maggiore e, conseguentemente, RDR, AM e  l’IRPEF sono maggiori. Un esempio può dare una idea del quantum.
Un ordinario che va in pensione oggi, con la classe retributiva 14/3 e 45 anni di anzianità contributiva, compresi quelli riscattati, dovrebbe pagare una IRPEF sulla liquidazione lorda di circa 67.480 €, applicando  il calcolo con la ritenuta del 2,5% e utilizzando la QR; l’IRPEF, invece, diventerebbe circa 95.900 € applicando  il calcolo con la ritenuta soppressa e non utilizzando la QR.. Si verifica, quindi, una maggiorazione di IRPEF di circa 28.420 € a causa dell’eliminazione della ritenuta del 2,5%. Tale maggiorazione di IRPEF  è, però,  compensata dalla maggiorazione retributiva complessiva netta accumulata in 45 anni, per effetto della eliminazione del contributo del 2,5%,  grossolanamente calcolata in circa 45.000 €, con uno scarto  + o – del 10%. Nel caso preso a modello si avrebbe un guadagno  di circa 17.580 €. Mi riservo di esaminare altri casi per rilevare l’entità del guadagno dovuto alla eliminazione della ritenuta del 2,5%, guadagno  che, prevedibilmente può variare tra i 5.000 e i 18.000  €. Infine eliminando la ritenuta del 2,5% si recupera anche lo 0,27% in più versato all’INPDAP rispetto al 6,91% che si dovrebbe versare, ottenendo un altro vantaggio, sia pur piccolo.

In conclusione sull’aspetto di legittimità delle ritenuta vi è, per ora, una sentenza TAR che riguarda un gruppo di ricorrenti magistrati. Presumibilmente se ne aggiungeranno altre. Sulla convenienza a conservare o eliminare la ritenuta ho, con gli elementi di analisi suddetti, rilevato una  convenienza complessiva  nel  caso di eliminazione della ritenuta. L’eliminazione della ritenuta  avrebbe anche  l’effetto di uniformare veramente e totalmente il trattamento della buonuscita per tutti i dipendenti pubblici e privati, ai quali sarebbe applicato lo stesso metodo di calcolo e lo stesso regime contributivo.

A questo punto, sarebbe opportuno che  il MEF e/o la Funzione Pubblica, con una circolare esplicativa  chiariscano definitivamente la questione  evitando un diffuso  contenzioso che potrebbe rivelarsi inutile.

Evidentemente, per quanto sopra è opportuno presentare una diffida all’amministrazione che ha lo scopo anche di interrompere i termini prescrizionali. Un gran numero di diffide presentate, potrebbe spingere chi di dovere ad assumere le  iniziative legislative o amministrative-burocratiche necessarie

Bari, 10 marzo 2012
Alberto Pagliarini

N.B. La convenienza alla eliminazione della ritenuta riguarda sia i docenti immessi in ruolo a partire da gennaio 2011, per i quali il TFS  è calcolato per intero con le nuove regole, sia i docenti già in ruolo nel 2010, per i quali il TFS è calcolato con le vecchie regole sino al 2010 e con le nuove regole dal 2011 al pensionamento.

La nuova progressione economica dei docenti universitari – nota 1

Il D-L 78/2010, all’art. 9, c. 21, 2° periodo, annulla completamente l’anzianità maturata nel triennio 2011-2013 per i dipendenti pubblici “che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi“. Si presentano due possibilità a seconda che (I) prevalga l’interpretazione attuale del MIUR-CINECA (e dei Rettori) secondo cui la nostra anzianità di carriera è congelata al valore raggiunto alla data del 31/12/2010 e ricomincerà a crescere soltanto a partire dal 1/1/2014 oppure (II) venga riconosciuta la fondatezza dei ricorsi che molti nostri colleghi hanno indirizzato ai TAR, rivendicando la non automaticità della nostra progressione stipendiale, ora soggetta a valutazioni, e quindi la maturazione del biennio avverrebbe ben prima del 1/1/2014. E’ opportuno ricordare, per inciso, che per effetto di una norma recente (art. 16, comma 1, lettera a, del D-L 98/2011) il blocco degli scatti potrebbe essere prorogato di un anno, fino al 31/12/2014, con semplice atto regolamentare del Governo. Qualora ciò avvenisse tutti i diritti, o le procedure, indicati come attivi a partire dal 1/1/2014, andrebbero spostati al 1/1/2015.

La nuova progressione economica dei docenti universitari – di Paolo Gianni

Il DPR n. 232 del 15/12/2011 (G.U. n. 33 del 9/2/2012), in ottemperanza alle norme della Legge Gelmini (L. 240/2010) ha stabilito la nuova progressione economica per classi (e scatti retributivi) triennali per i nuovi professori universitari e ha fissato le modalità di passaggio dalla vecchia progressione economica (scatti biennali) a quella nuova, per tutti i professori e i ricercatori universitari di ruolo già in servizio.

A)  Transizione dalla progressione biennale a quella triennale per i docenti già in ruolo (confermati)

Il passaggio avviene automaticamente al momento in cui ciascun docente completa il biennio di permanenza nella vecchia classe stipendiale cui apparteneva al 29/1/2011, giorno di entrata in vigore della Legge Gelmini. Purtroppo però il momento della maturazione di tale biennio dipende dalla interpretazione di quella norma del Decreto Legge 78/2010 che ha operato il blocco degli scatti stipendiali [vedi nota 1].
Col passaggio nella nuova progressione economica, alla data della maturazione del suddetto scatto biennale a ciascun docente sarà attribuita la nuova classe triennale corrispondente, rilevabile sulla tabella dell’allegato 1 al DPR. L’inserimento avverrà al primo anno della nuova classe triennale, con mantenimento della retribuzione della classe di partenza nel caso questa fosse superiore a quella prevista per il primo anno della classe di arrivo, e “il relativo importo resta invariato fino alla corrispondenza di importi nei due regimi” [vedi nota 2].  A titolo di esempio, facciamo il caso di un associato a tempo pieno che ha maturato la classe biennale 12 e passa alla 13 con la retribuzione annua lorda di 80.453,92 euro. Dalla tabella risulta che egli transita alla classe triennale 8, la cui retribuzione nel primo anno è inferiore (77.920,87), e pertanto conserva la retribuzione predetta, nell’ambito della stessa classe, sino alla corrispondenza di importi nei due regimi: ciò avviene al terzo anno del triennio. In pratica succede che quando nella tabella delle corrispondenze il primo anno della classe di partenza coincide col primo della classe di arrivo, si ha una corrispondenza perfetta tra le retribuzioni nuove e quelle che si sarebbero raggiunte in caso di permanenza nella progressione biennale. Quando invece al primo anno della classe di partenza corrisponde il secondo o terzo anno della classe di arrivo, l’inserimento al primo anno comporta una retrocessione di uno o due anni, rispettivamente, che si riflette in un corrispondente ritardo nella maturazione delle classi (e retribuzioni) successive.
Una volta immessi nella nuova carriera l’avanzamento alle classi successive avverrà previa richiesta dello scatto, con presentazione della relazione sull’attività svolta nel triennio precedente, e solo in caso di valutazione positiva.

B)  Transizione dalla progressione biennale a quella triennale per i docenti non confermati

I docenti che al 29/1/2011 non hanno ancora terminato il triennio di conferma (o di ordinariato) fanno il normale percorso previgente fino all’ottenimento della conferma (o ordinariato) e dell’inquadramento, nella vecchia carriera, incluso il riconoscimento dei servizi pre-ruolo. Al momento in cui, nella vecchia carriera, maturano il primo scatto alla classe biennale successiva all’inquadramento fanno lo stesso percorso di transizione nella nuova carriera previsto per i docenti di ruolo di cui al punto A.

C)  Ingresso nella progressione triennale per i docenti futuri

(quelli assunti ai sensi della Legge Gelmini, e anche ai sensi della Legge Moratti, le cui procedure concorsuali siano state avviate successivamente al 29/1/2011)
Entrano alla classe zero del nuovo regime secondo le tabelle dell’allegato 2 alla Legge, e fanno il normale percorso di tutte classi triennali. In caso di passaggio da ricercatore a professore, o da associato ad ordinario, l’eventuale retribuzione superiore nel ruolo di provenienza viene mantenuta come “assegno ad personam” non rivalutabile, e riassorbibile col prosieguo della carriera.

D)  Opzione per il nuovo regime dei professori assunti col regime previgente

L’opzione può essere esercitata entro tre mesi dalla data della maturazione del diritto al passaggio alla nuova classe stipendiale successivamente al 29/1/2011. Chi esercita l’opzione transita nella nuova carriera secondo la tabella di corrispondenza dell’allegato 4. Nei casi in cui lo stipendio prima della transizione (vedi seconda colonna relativa alla progressione economica per classi triennali rimodulate) sia inferiore a quello (quarta colonna) della classe zero del nuovo regime, l’opzione ha effetto al momento in cui la carriera di appartenenza raggiunge lo stesso stipendio di tale classe zero.
Non si intravede alcun incentivo all’esercizio dell’opzione.

COMMENTI

Cose positive:

  • è prevista la rivalutazione ISTAT anche per lo stipendio dei ricercatori a tempo determinato (RTD)
  • è stata tolta la norma, presente nel testo presentato in Parlamento e contestata da molte sigle sindacali, che aboliva lo scatto anticipato per la nascita di un figlio

Cose negative:

  • come sopra indicato, a seconda della corrispondenza temporale tra la classe biennale da cui si parte e quella in cui si arriva nella nuova progressione triennale, succede che molti docenti ci rimettono. In pratica solo un terzo manterrà una progressione retributiva inalterata, un altro terzo ritarderà di due anni la maturazione della vecchie retribuzioni, e il restante terzo subirà un ritardo di un anno. Complessivamente, in media, sarà come se tutte le carriere fossero state ritardate di un anno e lo Stato recupererà su tutto il corpo docente l’equivalente del valore (medio) di mezzo scatto stipendiale biennale. Ma non doveva essere garantita l’invarianza retributiva?
  • l’aggancio stipendiale dei professori associati rispetto ai professori ordinari nella nuova carriera risulta ridotto rispetto a quanto stabilito dal DPR 382/1980. La retribuzione tabellare dell’associato passa dal 70% a valori che oscillano lungo l’arco della carriera dal 63 al 69%. La retribuzione complessiva invece risulta il 70% circa, mentre prima era il 74-75%.

Cose . . .  dubbie:

  • è stato tolto l’obbligo della richiesta di scatto (o classe), e la corrispondente valutazione, in sede di primo inquadramento, per coloro che transitano dalla progressione biennale a quella triennale. A prima vista sembrerebbe una cosa positiva. Ma potrebbe anche portare a ripercussioni negative nell’iter dei ricorsi al TAR che rivendicano il non automatismo della progressione economica.

Passaggio dal vecchio al nuovo regime retributivo per i professori e i ricercatori di ruolo in servizio – considerazioni di Alberto Pagliarini

Il DPR n.232 del 15/12/2011 pubblicato sulla G.U. n. 33 del 9/2/2012 ha stabilito le modalità di passaggio dalla progressione economica con scatti biennali a quella con scatti triennali per tutti i professori e i ricercatori universitari di ruolo in servizio alla data di pubblicazione del DPR suddetto.

Il passaggio avviene automaticamente, d’ufficio, al momento in cui ciascun docente completa la maturazione del biennio dello scatto in godimento al 31/12/2010, maturazione interrotta alla predetta data per il blocco degli scatti e  ripresa dal 1/1/2014, salvo ulteriore proroga del blocco sino al 31 /12/2014; proroga già prevista in un decreto del 2010 ma non attuata, perché il decreto di attuazione non è stato emanato, sino ad oggi,  dal precedente governo e neppure dall’attuale. E’ probabile ed auspicabile che non sia emanato.
Alla data della maturazione del predetto scatto biennale della vecchia classe retributiva n, a ciascun docente viene attribuita la retribuzione  della vecchia classe retributiva n + 1. La nuova classe triennale m, a cui transita, è rilevabile sull’allegato 1, del DPR,  della “rimodulazione trattamento economico annuo lordo”  sullo stesso rigo della vecchia classe biennale n + 1. Se la retribuzione della vecchia classe n + 1  è superiore a quella iniziale della classe triennale m a cui il docente è transitato, “il relativo importo resta invariato fino alla corrispondenza di importi nei due regimi”, recita la norma. Alcuni esempi chiariscono il meccanismo di transito dalla classe biennale alla triennale.

1° esempio: ordinario che ha maturato la classe biennale 4 e passa alla 5 con la retribuzione annua lorda, comprensiva della 13ª, di 80.173,28 €; transita alla classe triennale 3 la cui retribuzione iniziale è inferiore,  pertanto conserva la retribuzione predetta, nell’ambito della classe 3, sino alla corrispondenza di importi nei due regimi. Nel caso specifico ciò avviene al secondo anno del triennio.

2° esempio:  ordinario che ha maturato la classe biennale 9 e passa alla 10 con la retribuzione annua lorda, comprensiva della 13ª, di 98.970,25 €; transita alla classe triennale 6 la cui retribuzione iniziale è inferiore, pertanto conserva la retribuzione predetta, nell’ambito della classe 6, sino alla corrispondenza di importi nei due regimi. Nel caso specifico ciò avviene al terzo anno del triennio.

3° esempio: associato che ha maturato la classe biennale 12 e passa alla 13 con la retribuzione annua lorda, comprensiva della 13ª,  di 80.453,92 €; transita alla classe triennale 8 la cui retribuzione iniziale è inferiore, pertanto conserva la retribuzione predetta, nell’ambito della classe 8, sino alla corrispondenza di importi nei due regimi. Nel caso specifico ciò avviene al terzo anno del triennio.
Alla fine della maturazione del  triennio della classe m sarà attribuita la classe triennale m + 1,  previa valutazione positiva sull’attività svolta nel triennio precedente. La retribuzione annua lorda attribuita è quella riportata nella colonna E “Totale annuo lordo regime triennale”.
Il predetto allegato 1 sostituisce, dal gennaio 2014, le mie tabelle retributive del 2010. Se il blocco degli scatti e delle retribuzioni, come già detto, non sarà prorogato a tutto il 2014, nel 2014 ritornerà  ad essere applicato l’aumento annuale ISTAT. Provvederò, a  tempo debito, ad aggiornare, di anno in anno, le tabelle dell’allegato 1 con l’aumento annuale ISTAT, pubblicandole sul mio sito, come ho sempre fatto in passato.
Ed ora qualche considerazione.
La transizione dalle classi biennali alle triennali è stata operata nel rispetto dell’invarianza complessiva della progressione economica. Lo si rileva comparando le colonne B ed E dell’allegato 1. Va rilevato, però, che il passaggio alla classe triennale m, con la retribuzione della classe biennale  n + 1, non ha considerato, come avrebbe dovuto, 1 o 2 anni già maturati, in alcuni casi,  nella classe triennale m,  per effetto della retribuzione attribuita, ma ha imposto l’anno di inzio della classe, per tutti,  conservando la retribuzione gia attribuita e producendo, di fatto 1 o 2 anni di slittamento nell’acquisizione della classe retributiva successiva, con  un danno economico, non rilevante, ad   alcuni  docenti.   La transizione, inoltre, comporta la impossibilità, o quasi, di poter raggiungere il livello retributivo più alto, quello della classe triennale 13 al 2° anno. Ciò dipende dall’età anagrafica di accesso al ruolo di ordinario, associato o ricercatore. Qualche  esempio.  Un ordinario che al momento della transizione passa dalla classe retributiva biennale 10 alla corrispondente triennale 6,  ha bisogno di 22 anni per raggiungere il 2° anno della classe retributiva triennale 13, retribuzione massima annua lorda. Pertanto se al momento della transizione quel docente ha  una età  superiore a 48 anni, essendo 70 l’età pensionabile, non potrà raggiungere  e vedersi attribuire la predetta classe retributiva massima.  Inoltre  la classe retributiva all’atto del pensionamento sarà tanto più bassa rispetto alla classe retributiva  massima, quanto più alta, rispetto a 48,  è l’età anagrafica al momento della transizione. Un altro esempio. Un ordinario che al momento della transizione passa dalla classe retributiva biennale 14 alla corrispondente triennale 9,  ha bisogno di 13 anni per raggiungere il massimo della retribuzione. Pertanto se al momento della transizione ha una età superiore a 57 anni, non potrà raggiungere e vedersi attribuire la predetta classe retributiva massima e gli effetti si riflettono, ovviamente,  sulla pensione. Ciò vale per tutti, anche per gli associati e i ricercatori.  L’opzione al nuovo regime non produce effetti positivi sul piano economico, come si rileva dall’allegato 4 al DPR.
Per i professori che entreranno nei ruoli di ordinario o di associato secondo le nuove norme, senza straordinariato o conferma e senza ricostruzione di carriera, la progressione economica per classi triennali, complessivamente invariata rispetto ai professori già in servizio, si sviluppa su 11 classi triennali, come si evince dall’allegato 2 al DPR.. La  retribuzione massima della classe 11ª  si raggiunge dopo 33 anni dall’ingresso in ruolo. Pertanto è necessario entrare in ruolo prima del compimento del 37° anno di età, per poter raggiungere la retribuzione massima della classe retributiva 11 della qualifica di appartenenza ed andare in pensione con il massimo. La predetta possibilità si verificherà solo per pochi docenti, o pochissimi,  per quelle che sono le reali età anagrafiche  dell’accesso nei ruoli della docenza.
In conclusione il nuovo regime della docenza universitaria non solo non concede miglioramenti retributivi  ma, addirittura, rende una autentica chimera per quasi tutti i docenti, il raggiungimento
della retribuzione massima  per tutte le qualifiche della docenza, indipendentemente dai meriti e dal prestigio di ciascun docente.

Bari, 16 febbraio 2012
Alberto Pagliarini

Dossier sulla corruzione

Riceviamo dal prof. A. Pagliarini e pubblichiamo con piacere un dossier sulla corruzione in Italia.

IL DOSSIER
Corruzione, cancro da 60 miliardi
è la terza causa di danno all’erario

Un fenomeno in costante crescita, per la Corte dei conti si è annidato nelle pubbliche amministrazioni. Il guardasigilli ha annunciato una riforma contro le nuove forme di reato nei rapporti imprese-Stato  di EMANUELE LAURIA

ROMA – È una voragine in cui sprofondano i conti pubblici. Sessanta miliardi di euro che, in un Paese chiamato a stringere la cinghia, rappresentano il costo della corruzione. Il fenomeno, hanno spiegato i giudici contabili, è in costante crescita “e si è insediato e annidato dentro le pubbliche amministrazioni”. Finendo per costituire la terza causa di danno all’erario.

L’ultimo allarme, fatto risuonare nel corso di un’audizione alla Camera dal presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, ha trovato pronta eco nelle tabelle di Transparency International, che vedono l’Italia scendere in due anni dal 63° al 69° posto dell’indice di percezione della corruzione. Siamo in compagnia del Ghana e delle Isole Samoa e quartultimi in Europa davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Non sono numeri vuoti: Transparency ha stimato che per ogni peggioramento in classifica si perde il 16 per cento degli investimenti dall’estero. Al contrario, scalando qualche gradino, si attrarrebbero preziose risorse.

L’economia reale, insomma, risente oggi più che mai dell’effetto nefasto del malaffare. Nelle capitali politiche del Continente, anche in questo campo, hanno puntato gli occhi sul nostro Paese: il Greco, l’organismo del consiglio d’Europa deputato alla prevenzione e al contrasto della corruzione, in un recente rapporto ha espresso preoccupazione per la mancanza di un programma nazionale coordinato e per l’indipendenza “solo parziale” delle strutture chiamate a fronteggiare il ritorno delle

mazzette negli uffici pubblici. D’altronde, l’istituzione di un’autorità unica anti-corruzione sganciata dal potere politico è prevista anche da diverse convenzioni internazionali, dell’Ocse come dell’Uncac, un’organizzazione di Stati nata per combattere le infiltrazioni illecite nell’amministrazione.

Il tutto mentre la nuova legge contro la corruzione, varata dal governo Berlusconi nel marzo del 2010, dopo il sì del Senato attende ancora il via libera definitivo della Camera. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha annunciato una riforma 1 per sanzionare nuove figure giuridiche come la corruzione privata all’interno delle imprese. Il crimine, per adesso, corre più veloce delle norme.

Battaglia impari per la Corte dei conti
nel 2010 recuperati solo 293 milioni

E’ una battaglia impari, quella contro la corruzione. Basti pensare che, a fronte del costo plurimiliardario del fenomeno, la Corte dei conti nel 2010 è riuscita a recuperare nel complesso”solo” 293 milioni. Di questi 32,19 milioni sono il risultato delle 47 sentenze emesse dalle quattro sezioni d’appello con le quali sono stati condannati per danni patrimoniali da reato contro la pubblica amministrazione 90 funzionari pubblici. E bisogna aggiungere 4,73 milioni per danni all’immagine. Le sezioni regionali della Corte invece hanno emesso 350 sentenze con condanne al pagamento di 252,68 milioni per danni patrimoniali e altri 3,57 per danni all’immagine della pubblica amministrazione. Ma incombono le citazioni in giudizio da parte delle procure regionali della Corte: delle 227 depositate, 95 riguardano reati di truffa e falso, 50 peculato e 40 concussione e corruzione. Nel Lazio il maggior numero di citazioni, poi Calabria, Sicilia e Campania.

“Tassa” di mille euro sul contribuente
ma nel calcolo non c’è il sommerso

Che la corruzione non sia soltanto un aspetto del malcostume italico è ormai un fatto assodato. In una visione più prosaica, ha invece un peso economico che incide, su ogni contribuente, per circa mille euro a testa. E frena gli investimenti esteri. I sessanta miliardi di “buco” stimati dalla Corte dei conti rischiano di essere solo una buona approssimazione perché, come spiega il presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, i reati di corruzione sono caratterizzati da “una rilevante difficoltà di emersione ed esiste una scarsa propensione alla denuncia, non solo perché si tratta di comportamenti che spesso nascono da un accordo fra corruttore e corrotto ma anche perché, nell’ambiente in cui sorgono, anche le persone estranee al fatto, ma partecipi all’organizzazione, non dimostrano disponibilità a denunciare fenomeni di tal tipo”.

L’Italia al 69° posto nel mondo
in Ue peggio solo Grecia e Romania

In una scala che va da 0 (molto corrotto) a 10 (per niente corrotto), l’Italia anche quest’anno ha una valutazione molto negativa: 3,9 punti. La stessa dell’anno scorso, ma con un arretramento nella posizione in classifica poco edificante: Transparency international, organizzazione con sede a Berlino, ora colloca il nostro Paese al 69° posto. E quart’ultima in Europa, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Dato che ha portato la presidente della sezione italiana di Transparency, Maria Teresa Brassiolo, a lanciare un appello: “Fate il possibile per abbattere il livello di corruzione diminuendo i costi pubblici e quindi il debito”. “Sono necessarie – afferma Walter Forresu, membro del board – misure strutturali che riducano in maniera drastica il costo della governance e della politica”. Fra le proposte di Transparency Italia l’adozione di codici di condotta per i membri del parlamento e del governo.

In 5 anni reati in costante aumento
prescrizione fenomeno inquietante

Anche la magistratura ordinaria registra un aumento dei reati contro la pubblica amministrazione: in particolare i procedimenti per concussione, nei cinque anni fra il 2005 e il 2010, sono stati in costante aumento: da 114 a 144 quelli per cui hanno proceduto otto grandi uffici giudiziari (Milano, Torino, Venezia, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Palermo). Il dato, fornito dal governo italiano, è contenuto in un rapporto del Greco datato 14 giugno 2011. L’organismo del consiglio europeo non ha mancato di far notare che “i procedimenti giudiziari falliti per la scadenza dei termini di prescrizione è ritenuta causa, almeno nella percezione del pubblico, di una parte inquietante della corruzione”. Il governo Berlusconi, nei dati inviati a Strasburgo, si è vantato di una diminuzione del 3 per cento del numero delle prescrizioni, dal 2009 al 2010.

Soppresso l’alto commissariato
manca un’authority indipendente

Il tema lo hanno posto, a più riprese, organizzazioni internazionali come l’Ocse e l’Uncac (nazioni unite contro la corruzione): l’esigenza, per i Paesi che lottano il malaffare, di costituire un’autorità anti-corruzione “indipendente, stabile, efficace”. In Italia questa struttura non esiste, da quando – nel 2008 – il governo ha soppresso l’alto commissariato trasferendone le funzioni al dipartimento della funzione pubblica presso la presidenza del Consiglio. Il Greco, organismo del consiglio d’Europa, nel denunciare una situazione italiana in chiaroscuro, ha additato in un rapporto datato 14 giugno 2011 la mancanza di un programma nazionale coordinato contro la corruzione e parlato di una “parziale indipendenza” delle unità organizzative italianeSoppresso l’alto commissariato manca un’authority indipendente.

Nella nuova legge un piano nazionale
l’osservatorio e l’incompatibilità

Un piano anti-corruzione nazionale che sarà l’insieme di singoli programmi regionali, da presentare in Parlamento e periodicamente aggiornare. E ancora: un osservatorio che fornisca alle istituzioni dati e statistiche ufficiali sul fenomeno. Quindi norme sulla ineleggibilità alla Camera e al Senato di condannati in via definitiva. Il disegno di legge, varato il primo marzo 2010 dal governo Berlusconi, ha avuto a giugno l’ok del Senato ma attende di essere esaminato dalla Camera. In ogni caso, il ddl che giace a Montecitorio non è sufficiente, secondo il nuovo Guardasigilli Paola Severino: “Ci sono figure giuridiche nuove come la corruzione privata all’interno delle imprese, cioè una forma di corruzione – ha detto il ministro a Repubblica – che non riguarda pubblici ufficiali”.

Rapporto stretto con il riciclaggio
prima “industria” del nostro Paese

La corruzione come parte di una zavorra economica più pesante, quella dei costi dell’illegalità. È una particolarità del caso-Italia. Se è vero che, come denuncia il Gafi (gruppo d’azione finanziario internazionale contro il riciclaggio), “è stretto il rapporto fra corruzione e riciclaggio in Europa”, è vero pure che quest’ultima voce nel nostro Paese ha una rilevanza non secondaria: 150 miliardi, il 10 per cento del Pil. “È la prima industria italiana”, segnala il procuratore antimafia Piero Grasso nel libro “Soldi sporchi” scritto con Enrico Bellavia. E la corruzione, il fatturato delle mafie, il pizzo, l’evasione fiscale fanno crescere ancor di più il peso del malaffare sul debito pubblico. “Un furto da 330 miliardi”, secondo Luciano Silvestri della Cgil. L’ultima cifra da raccontare: quella dello spread fra un Paese onesto e uno fuorilegge.