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L’OCSE-OECD dichiara che il valore della formazione scolastica cresce durante la crisi ma gli investimenti nel settore declinano [leggi]

Education at a Glance 2013 – [video]

Education at a Glance 2013 – rapporto OCSE-OECD [leggi]
Education at a Glance 2013 – slides degli indicatori OCSE-OECD [leggi]

 

Valutare che cosa? Valutare come? Valutare perché?

PASSATO E FUTURO DELLA VALUTAZIONE DELLA RICERCA UNIVERSITARIA di Luciano Modica [leggi]

Penso che questo documento di Luciano Modica sulla “valutazione” dovrebbe essere letto da tutti i docenti universitari. Devo ringraziare Paolo Gianni che me lo ha inviato, dimostrando, ancora una volta, il suo diligente ed intelligente impegno per la nostra Università.

Antonio Miceli

Il DPR 314/2012 sul premio ai docenti (Paolo Gianni)

Il DPR attribuisce agli atenei la quota del fondo “premiale” istituito dalla Legge Gelmini (18 Meuro per il 2011), e detta i criteri che dovrebbero guidare la loro distribuzione ai docenti. Gli atenei si stanno attrezzando per preparare un regolamento che regoli la relativa procedura.
Un piccolo calcolo permette di capire che più che di un premio incentivante trattasi di un premio di consolazione (e non per tutti) per il blocco degli scatti stipendiali operato dal DL 78/2010. I 18 Meuro, una volta depurati delle quote assistenziali ed erariali a carico dell’Amministrazione universitaria (24% circa), e dopo aver detratto le analoghe ritenute a carico del lavoratore (assistenziali, previdenziali, IRPEF) si riducono a circa 6.5 Meuro netti. Tale cifra dovrà andare a premiare la metà degli aventi diritto, cioè la metà dei docenti che ha maturato uno scatto biennale nel corso del 2011. Si tratta di circa 14000 persone, sulla base di un totale di 56000 tra professori ordinari, associati e ricercatori al 31/12/2011, come si può approssimare in base ai dati dell’Ufficio Statistica del MIUR noti sino al 31/12/2010. Risultato: mediamente circa 460 euro netti a testa!

Notiamo che questa operazione è finalizzata a compensare parzialmente i tagli agli scatti stipendiali che, prendendo a riferimento come scatto medio quello di un professore associato a tempo pieno dalla classe 8 alla 9, corrisponde ad un taglio di circa 1300 euro netti all’anno, corrispondente a 650 euro per tenere conto della distribuzione statistica del mese in cui ciascuno ha maturato il diritto. Cioè il cosiddetto “premio” corrisponde a dare alla metà dei docenti, in media, soltanto i due terzi circa di quanto è loro stato tolto. Questo significa che gli atenei dovrebbero attivare una procedura laboriosa (nomina di apposita commissione, raccolta dati sulla produzione scientifica, acquisizione di dati e pareri di Facoltà e Dipartimenti sulla attività didattica e gestionale etc.) che coinvolgerebbe per diversi mesi un mucchio di persone, tra docenti e tecnici-amministrativi, per arrivare a decidere a chi regalare 460 euro cadauno. Il rapporto costi–benefici non ci pare esaltante.
Probabilmente sarebbe meglio accorpare i fondi che la legge prevede per l’intero triennio 2011-2013, che ammontano a 118 Meuro, e farli distribuire alle commissioni di ateneo in una unica soluzione (forzando un po’ la legge!). Il totale netto da distribuire, una volta effettuate tutte le ritenute cui sopra, sarebbe di circa 43 Meuro, a fronte di un prelievo complessivo sulle retribuzioni dei docenti di cinque volte tanto (220 Meuro, corrispondenti a 1300 euro/anno x 3 anni x 56000 docenti). Si potrebbero così attribuire alla metà dei docenti (28000) circa 1500 euro cadauno (in media), facendo lavorare le commissioni di ateneo una volta sola, e introducendo magari dei correttivi che tengano conto che nell’arco del triennio di blocco retributivo metà dei docenti di scatti stipendiali ne perde addirittura due. Una simile operazione complessiva potrebbe anche essere l’occasione per una anticipazione delle procedure che dovranno essere attivate a regime per valutare i docenti ai fini della concessione, questa volta a tutti coloro che lo meritano, del giusto riconoscimento degli scatti di carriera.

Un calcolo approssimato delle nuove pensioni dopo la riforma Monti-Fornero – di Paolo Gianni

La pensione dei docenti universitari dopo la Riforma Monti-Fornero

Premessa
Data la complessità delle norme che regolano l’erogazione della pensione ed i requisiti per accedervi, è nostra intenzione fornire soltanto alcune indicazioni sulle principali modifiche intervenute in materia, limitando l’interesse al caso dei dipendenti pubblici, e più in particolare ai docenti universitari. Verranno quindi illustrati (1) i nuovi vincoli età anagrafica e contributiva e (2) un metodo di calcolo approssimato della entità della pensione, che permette di conoscere immediatamente di quanto calerà la pensione rispetto all’ultima retribuzione in servizio.
Il metodo di calcolo esatto della pensione risulta troppo complicato per essere trattato in modo chiaro ed esaustivo. Chi fosse alle soglie della pensione e desidera conoscerne l’ammontare esatto può rivolgersi direttamente a un qualunque patronato che, in virtù di specifiche convenzioni con l’INPDAP e gli atenei, è appositamente finanziato dallo Stato per fornire questo servizio.

Le novità
La riforma Monti-Fornero, all’art. 24 del cosiddetto “Decreto Salva Italia” (D-L 201 del 6/12/2011, convertito nella L. 214 del 22/12/2011, GU n. 300 del 27/12/2011) ha stabilito che a partire dal 1 Gennaio 2012 anche alle pensioni che avevano titolo ad essere calcolate col metodo “retributivo” verrà applicato il calcolo “contributivo” pro-rata. Ciò significa che gli anni dal 2012 in poi contribuiranno per tutti ad una quota di pensione in ragione dei contributi effettivamente versati, fermo restando il vecchio calcolo per la quota relativa agli anni precedenti.

Sino ad ora l’età di pensionamento minima per non subire penalizzazioni era per tutti 65 anni (per le donne 60). Si parlava di “pensione di vecchiaia” per chi cessava a 65/60 anni compiuti, o successivamente, e pensione di “anzianità” per coloro che cessavano prima. Ora alla “pensione di vecchiaia” si affianca la “pensione anticipata”. In pratica è come se ci fosse un tipo di pensione unica, flessibile, con possibilità di uscita dal lavoro in un intervallo di tempo predefinito, con penalizzazioni economiche per chi cessa prima. Nel Pubblico Impiego l’età di accesso alla pensione di vecchiaia (limite ordinamentale) diventa 66 anni dal 2012, sia per gli uomini che per le donne, e crescerà fino a 67 nel 2021. Il diritto alla pensione di vecchiaia scatta in presenza di una anzianità contributiva minima di 20 anni. L’accesso alla pensione anticipata scatta con una anzianità contributiva minima di 42 anni (41 per le donne), però in caso di cessazione prima dei 62 anni di età sulla quota retributiva (ante 2012) si calcola una penalizzazione del 1% per ciascuno dei primi due anni di anticipo e del 2% all’anno per gli anni di anticipo ulteriori. A partire dal 2013 per i dipendenti del settore privato ci sarà un vantaggio a procrastinare la pensione fino a 70 anni, sotto forma di aumento del coefficiente di trasformazione (in pensione) dei contributi versati. Tale regola non vale per i dipendenti pubblici e quindi anche per gli universitari. Però i docenti universitari che avevano già maturato il diritto alla pensione (40 anni di contributi) prima del 2012, anche se soggetti al calcolo retributivo, si troveranno come incentivo a rimanere ulteriormente in servizio il fatto che i contributi versati negli anni dal 2012 in poi andranno a formare un montante contributivo che porterà a un piccolo aumento della pensione.

Per i docenti universitari dopo la Legge Gelmini (L.240/2010) l’età di collocamento a riposo obbligatorio è stabilita in 70 anni per i professori (anche per gli associati, a patto che abbiano optato per il regime della Legge Moratti, L. 230/2005) e in 65 anni per i ricercatori di ruolo. Per questi ultimi l’età del pensionamento dovrebbe venire innalzata gradualmente a 67, analogamente agli altri dipendenti pubblici, mentre rimarrà inalterata a 70 per i professori. Purtroppo è stata prorogata a tutto il 2014 (vedi art. 1, c.6, del D.-L. 138/2011) la norma che permette il pensionamento forzoso dei ricercatori che hanno raggiunto i 40 anni di contributi.

Un cenno alla “liquidazione”
Per quanto riguarda la liquidazione (alias buonuscita o trattamento di fine servizio,TFS), in base all’art. 12, comma 10, del D.L. n. 78/2010, a partire dal 1 Gennaio 2012 dovrebbe essere equiparata al trattamento di fine rapporto (TFR) del settore privato, e quindi calcolata e liquidata secondo le regole valide per i pensionati INPS. Però l’INPDAP continua a fare la ritenuta a favore dell’Opera Previdenziale sugli stipendi di tutti i dipendenti pubblici (vedi circolare n. 17 del 8/10/2010), nonostante nel caso del TFR i contributi previdenziali siano a carico del solo datore di lavoro. D’altra parte anche secondo il Ministero della Finanze (messaggio 29 del 13/2/2012) la norma del D.L. 78/2010, alla luce di altre norme vigenti, andrebbe interpretata nel senso che viene modificato solo il modo di calcolo del TFS, senza modificare le norme di prelievo dei contributi. Però in una recente sentenza il TAR di Reggio Calabria (n. 564 del 18/1/2012), ha condannato l’Amministrazione della Giustizia a restituire il maltolto ad alcuni magistrati che avevano fatto ricorso avverso le illecite ritenute, sostenendo la tesi che se la legge avesse inteso modificare solo il modo di calcolo del TFS, e non le ritenute, lo avrebbe detto esplicitamente. In molti atenei i colleghi hanno prodotto regolare diffida al Rettore avverso tali prelevi, ritenuti illegittimi.
Risulta arduo capire come andrà a finire. L’unica cosa certa è che la faccenda interessa circa tre milioni di dipendenti pubblici e l’eventuale blocco della ritenuta previdenziale in questione produrrebbe una diminuzione delle entrate dello Stato non indifferente. Nel caso molti altri TAR si esprimessero come il Tar Calabro, e con numeri di ricorrenti molto alti, forse il Governo interverrebbe in qualche modo.

In base al D-L 78/2010 la buonuscita continua ad essere erogata col ritardo di un anno per le quota compresa tra 90000 e 150000 euro, e di due anni per la quota superiore a 150000 euro.

Istruzioni per il calcolo della liquidazione (valide ovviamente per il periodo ante 2012) sono riportate sul blog dell’amico Pagliarini all’indirizzo:

http://alpaglia.xoom.it/alberto_pagliarini/calcololiquidazione.htm .

Un calcolo approssimato della pensione per professori e ricercatori universitari di ruolo

I dati vengono forniti come percentuali rispetto all’ultima retribuzione netta percepita in servizio.
(1)  Docenti che avevano più di 18 anni di contributi al 31/121995 e che quindi hanno diritto al calcolo “retributivo” (contributivo a partire dal 1/1/2012)
Nel 2011 sono andati in pensione coloro che avevano 24 anni di contribuzione ante ’95. Quelli che ne avevano 18 andranno in pensione nel 2017.  Per coloro che sono in posizione intermedia vale :

%  =  90.6  –  0.05 x nC 

dove nC = numero di anni col calcolo contributivo dal 2012 ( nC(max) = 6).
(pensione comunque superiore al 90% dell’ultimo stipendio)

(2)  Docenti che avevano meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995 e che quindi sono soggetti al calcolo “misto”.

%  =  53.9  +  1.82 x nR

dove nR = numero anni col calcolo retributivo, cioè ante 31/12/1995  (0 < nR < 18)
(pensione da un minimo di 54% ad un massimo di 87% dell’ultimo stipendio).

(3)    Docenti assunti dopo il 1/1/1996, soggetti al 100% del calcolo “contributivo”

(a)    Docenti già in ruolo prima del 2012, senza contributi prima dell’entrata in ruolo:

Pensione  =  54-55% dell’ultimo stipendio

(b)    Docenti che entreranno in ruolo non prima del 2020, con contributi prima dell’entrata in ruolo corrispondenti alle figure di assegnista e ricercatore a tempo determinato:

Pensione  =  59% dell’ultimo stipendio

Tutte le percentuali dell’ultimo stipendio netto sopra riportate vanno aumentate di circa l’1% nel caso in cui la quota di stipendio che eccede la pensione fosse tassata con una aliquota IRPEF più alta.
La precisione del calcolo si può stimare in circa 1 punto percentuale . Una maggiore incertezza si riscontra col metodo contributivo, a causa della grande variabilità dei contributi versati durante i periodo di precariato.

Criteri e approssimazioni usate per il calcolo:

  • è stata presa come riferimento la figura del Professore Associato, nella constatazione che, a parità di evoluzione della carriera economica  (in termini di aumenti %), le conclusioni saranno applicabili anche agli Ordinari e ai Ricercatori a tempo indeterminato. I calcoli sono basati sulle tabelle stipendiali del Prof. Pagliarini (vedi sopra) relativi alle retribuzioni del 2010, rimaste bloccate nel triennio successivo
  • si presuppone che il docente abbia una normale carriera, tutta a tempo pieno, in assenza di altri cespiti, con pensionamento dopo aver maturato il massimo di 40 anni di contribuzione . L’allungamento a 42 anni del periodo contributivo minimo per avere diritto al massimo della pensione, previsto dalla Legge Monti-Fornero, non toglie validità ai risultati finali ma comporta solo la conseguenza che l’entità della pensione calcolata potrà essere percepita come tale (senza penalizzazioni) soltanto dopo ulteriori due anni di contribuzione
  • si prende come unità di base lo stipendio mensile lordo a fine carriera (lordo IRPEF), assumendo che in media l’ultima classe stipendiale raggiungibile prima del pensionamento sia la classe 14/2.  L’entità della pensione verrà calcolata sempre in termini di percentuale rispetto all’ultimo stipendio.  In caso di pensionamento prima di raggiungere la classe 14/2 cala ovviamente lo stipendio finale, e la conseguente pensione, restando però quest’ultima una sua percentuale pressappoco costante
  • si assume che la attualizzazione dei contributi con il criterio dei coefficienti ISTAT riproduca esattamente la perdita di valore della moneta, il che equivale a permettere di calcolare i contributi versati negli anni passati come se gli stipendi fossero tutti stati erogati nel corso dell’ultimo anno di servizio, senza necessità di attualizzazione
  • i calcoli valgono per la retribuzione netta, in quanto si è tenuto conto che sulla pensione non gravano le ritenute previdenziali che operano invece sulla retribuzione del personale in servizio attivo.
  • la procedura di calcolo resterà valida (salvo piccole oscillazioni) anche una volta introdotta la nuova progressione economica basata sulle classi triennali, in quanto questa manterrà gli stipendi praticamente inalterati.

Commento finale
I docenti la cui pensione è calcolata col calcolo misto, e a maggior ragione i più giovani col solo calcolo contributivo, sono ovviamente quelli più penalizzati. Sono questi ultimi che dovranno esaminare la possibilità di attivare eventuali forme di pensione integrativa.

La Consultazione sul Valore Legale delle Lauree – di Paolo Gianni

Sul sito del MIUR (www.istruzione.it) è in corso la “Consultazione Pubblica on-line sul valore legale del titolo di studio”. In merito a questa iniziativa possono essere sollevate diverse perplessità. La prima è che ci pare corretto ricorrere a questo istituto quando si tratta di dare risposte a domande cui sono in grado di rispondere con cognizione di causa, tutti i possibili interessati. Non ci pare proprio questo il caso. La questione del valore legale dei titoli di studio, infatti, è molto complessa avendo delle implicazioni, oltre che sul riconoscimento interno al sistema dell’Istruzione Pubblica, su fronti diversi come il rapporto con l’esercizio delle professioni, i concorsi per l’accesso alle pubbliche amministrazioni e, soprattutto, i vincoli con le legislazione dell’Unione Europea.

Purtroppo i mezzi di informazione su tale argomento tendono ad esprimersi con facili slogan, certamente utili ad influenzare emotivamente la pubblica opinione, ma non adatti a fornire una corretta esposizione di tutti i termini del problema. Chi ha una buona esperienza dell’attività che si svolge negli atenei, e del collegamento tra i titoli di studio rilasciati e i requisiti richiesti nel mondo del lavoro, pubblico e privato, non di rado ha constatato la grande superficialità con cui si pronunciano in merito anche certi addetti ai lavori, come alcuni opinionisti delle maggiori testate giornalistiche. Non è una questione di difformità di vedute sulla questione, ovviamente più che lecita, ma di incapacità (cattiva volontà?) di inquadrare il problema da tutti i possibili punti di vista, così contribuendo non poco a fornirne all’opinione pubblica una visione perlomeno parziale, quando non distorta. Non è quindi facile per i non addetti a lavori costruirsi un quadro chiaro della questione. Ecco perché riteniamo scarsamente utile una siffatta raccolta generalizzata di pareri.

Il secondo motivo di perplessità è legato alla notevole quantità di dati, anche consultivi, di cui il Governo è già in possesso. Soltanto l’anno scorso la Commissione Istruzione e Cultura del Senato ha svolto una accurata indagine sul problema partendo proprio da alcune proposte parlamentari sulla abolizione del valore legale dei titoli di studio. L’inchiesta ha approfondito la natura stessa del concetto di “valore legale” oltre a tutti i collegamenti con il mondo delle professioni, con gli analoghi istituti vigenti negli altri paesi europei, e gli ovvi vincoli con gli indirizzi normativi della UE. Non è superfluo ricordare che durante  tale indagine sono stati ascoltati tutti i soggetti interessati, dai rappresentanti degli organi istituzionali universitari, come CUN, CRUI e ANVUR, ai rappresentanti degli studenti e dei sindacati, inclusi quei movimenti che, pur non formalizzati in definite associazioni di natura sindacale, rappresentano le opinioni di una buona parte dei giovani che fanno ricerca e didattica nei nostri atenei. A nostro avviso il corposo dossier della Commissione [leggi], frutto di tutti questi colloqui e dell’utilissima raccolta critica di dati operata dall’Ufficio Studi del Senato, contiene tutti gli elementi necessari a farsi una idea chiara dei pro e dei contro l’eventuale eliminazione di tale valore legale e sono quindi più che sufficienti ad indirizzare la nostra classe politica verso una risposta fondata e motivata. Al posto del nostro Presidente del Consiglio, non avremmo quindi imboccato la strada di una consultazione informatica che, oltre a dimostrarsi non necessaria, può rischiare di portare ulteriori problemi in quanto a modalità di raccolta dei pareri e alla loro analisi.

Ma anche accettando la procedura consultiva, e dando atto al Ministero di aver limitato la consultazione agli aspetti meno “tecnici” del problema, non possiamo non rilevare alcune criticità che rischiano di inficiarne in partenza l’utilizzazione. Già altri, come le associazioni studentesche, i ricercatori della Rete 29 Aprile ed il sito Web ROARS, hanno evidenziato la parzialità con cui sono impostate alcune delle domande cui si trova di fronte chi si collega al sito del MIUR per aggiungere il proprio parere. Condividiamo tali critiche, in quanto si rischia di favorire in partenza un giudizio favorevole alla eliminazione del valore legale. Analoga parzialità, pur se leggera, è comunque presente anche nel “contro-questionario” organizzato dalla assemblea di Bologna per l’Università Bene Comune, nelle spiegazioni che accompagnano alcune domande. Altri, invece, hanno evidenziato come il meccanismo della consultazione del MIUR permette di raccogliere pareri da parte di chiunque, senza un corretto sistema di controllo dell’identità dei partecipanti. Qualcuno ha potuto infatti esprimere più pareri, spacciandosi per personaggi inventati: pare abbia potuto esprimersi in merito anche l’imperatore Napoleone! Ci auguriamo che i nostri governanti riescano a distillare il meglio dalle risposte di coloro che accetteranno di contribuire all’inchiesta, non dimenticando però il lavoro serio già fatto dai nostri Senatori.

Una ultima considerazione. Riteniamo che, alla fine, prevarrà l’idea che il valore legale vada mantenuto, anche se in una forma attenuata che ne impedisca possibili usi distorti. Un supporto non indifferente potrebbe arrivare infatti come conseguenza dell’indagine della magistratura sulla gestione dei fondi della Lega Nord. Se le indiscrezioni di stampa verranno confermate in sede giudiziaria, politici del calibro del figlio di Bossi, del tesoriere Belsito o della VicePresidente del Senato Mauro, dovranno ancora spendere un sacco di quattrini (in futuro si spera di tasca loro) se vorranno fregiarsi di un titolo di studi universitario: ma questo non sarà mai di quelli con valore legale, rilasciati dalle nostre università, pubbliche o private che siano, ma “accreditate” dallo Stato.

Pisa 11 Aprile 2012
Paolo Gianni

I passaggi da PA a PO e da RU a prof: progressioni di carriera o nuove assunzioni? – di Paolo Gianni

Fin dai tempi del DPR 382/1980 si è discusso ampiamente sulla possibilità che i passaggi da ricercatore di ruolo a professore e da professore associato ad ordinario venissero considerati come normali progressioni di carriera invece che di nuove assunzioni. Ciò è divenuto di particolare rilevanza negli ultimi anni, da quando i vari governi che si sono succeduti hanno cominciato a porre dei limiti (quando non bloccare del tutto) al turn-over dei docenti universitari, e lo è divenuto ancora di più quando la possibilità di nuove assunzioni è stata legata alla “virtuosità” o meno degli atenei, stabilita in base al rapporto tra spese per il personale di ruolo ed FFO.

La questione non è di facile soluzione. Dal punto di vista sostanziale, ad esempio, è evidente a tutti che un professore associato che supera un concorso a professore ordinario bandito dallo stesso ateneo di appartenenza, e viene assunto come tale, continuerà a svolgere esattamente le stesse funzioni sia dal punto di vista didattico che di ricerca, con l’unica differenza che ha avuto un riconoscimento ufficiale della sua maggiore maturità scientifica: in sostanza, ha fatto un avanzamento di carriera. D’altra parte non hanno torto anche coloro che sostengono che dal punto di vista formale si tratta di due ruoli diversi, definiti come tali e con organici diversi dal DPR 382/1980, con regole ben precise circa i servizi riconoscibili nel passare da un ruolo all’altro. Considerazioni analoghe valgono ovviamente anche per i passaggi da ricercatore a professore, soprattutto in considerazione delle modifiche legislative che nel tempo hanno interessato il ruolo dei ricercatori, conferendo anche a loro funzioni didattiche precedentemente riservate ai soli professori.
Come spesso succede nel nostro paese la soluzione del problema viene rimandata alla giustizia amministrativa.
Il TAR della Puglia (Sentenza breve n. 573, Sezione Prima (Bari), depositata il 16 Marzo 2012), su istanza di un ricercatore confermato dell’università di Foggia, idoneo a professore associato, chiamato dalla facoltà ma non assunto dal Rettore di quell’ateneo sulla base delle limitazioni di legge alle nuove assunzioni, ha sancito che tale passaggio si palesa come normale progressione di carriera e come tale non rientra nel blocco delle assunzioni. Ha quindi condannato l’ateneo all’adozione del provvedimento di presa di servizio a favore del ricorrente in qualità di professore associato (per inciso, retrodatandola a partire dalla data della chiamata della facoltà).
La sentenza appare ben argomentata, rifacendosi ad una precedente decisione del Consiglio di Stato (2217/2010) in cui, confermando una sentenza del TAR Sardegna che aveva permesso la presa di servizio di un professore associato dell’università di Cagliari vincitore di concorso a I fascia, si ribadisce l’orientamento di tale consesso per cui “il cd. blocco della assunzioni non possa applicarsi anche nei confronti dei passaggi di livello, pur se all’esito di procedure concorsuali, di personale già in organico . . . “. La sentenza del TAR Puglia elenca infine alcune sentenze analoghe di altri TAR, tutte favorevoli all’esclusione dai vincoli sulle nuove assunzioni dei passaggi fra le varie fasce dei docenti universitari.
Siamo contenti che finalmente dei giudici del nostro paese abbiano dato più peso a questioni di sostanza che non di forma. Ci attendiamo ora che la via del ricorso amministrativo venga ulteriormente percorsa da tanti altri docenti. Unica remora forse è il costo, per il fatto che i provvedimenti da contestare sono singoli, con tempi di maturazione dei diritti che mutano da caso a caso, e pertanto non risulta percorribile la via di ricorsi cumulativi. Sembra proprio che un primo passo verso il famoso “docente unico”, chiesto a gran voce da quasi tutti i sindacati universitari fin dagli anni ’70 ma sempre negato dalle forze politiche condizionate dalle lobby che contano, ci venga regalato dai giudici amministrativi! Esiste però il rischio che, in caso di forte aumento di siffatte pronunce della Giustizia Amministrativa, i futuri governi allarghino la sfera delle operazioni negate agli atenei aggiungendo espressamente, alle ovvie assunzioni, anche i passaggi di carriera, comunque denominati.
Per ora, comunque, la via ai ricorsi ai TAR da parte di chi attende solo la presa di servizio, appare in discesa.

Paolo Gianni